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populiso UsaWashington, 16 nov – Ma è stato davvero Donald Trump a inventarsi un populismo in salsa americana? Chi lo dice, evidentemente, non sa nulla della storia politica del Paese a stelle e strisce. O almeno della sua storia sotterranea. Basti pensare che uno dei capisaldi della storia del populismo ha proprio a che fare con la politica americana, in particolare con il People’s Party di William Jennings Bryan, che verso la fine dell’Ottocento sfidò il potere delle banche e dei trust negli States. A Bryan, peraltro, era dedicata la prima pubblicazione in assoluto di Ezra Pound, che a soli 11 anni, sotto l’influenza del nonno Thaddeus, scrisse un breve poema sul politico che fu poi pubblicato sul Jenkintown Times-Chronicle il 7 Novembre 1896. Bryan, diceva il pound bambino, fu “continuatore di un’onesta tradizione”. Occorre in particolare andare alle elezioni presidenziali del 1892, quando il partito populista si unì al Silver Party – movimento contro il bimetallismo – per rivendicare la sovranità popolare contro i disastri del laissez faire e del capitalismo di rapina. In quella tornata elettorale, i populisti conquistarono tutti i seggi del Kansas, del Colorado, del Nevada e dell’Idaho (lo Stato di Ezra Pound).



Le idee di Jennings Bryan erano quelle tipiche della nazione “profonda”, ancorata ai valori rurali e ostile alla decadenza dell’urbanesimo: “Bruciate le vostre città e lasciate intatte le nostre fattorie – diceva – e le vostre città risorgeranno come per incanto; ma distruggete le nostre fattorie e l’erba crescerà nelle strade di ogni città della nazione”. Da segnalare l’importanza che per i populisti avevano le questioni monetarie. Spiegava Jennings Bryan: “Quando avremo restaurato la moneta della Costituzione, tutte le altre riforme saranno possibili”, a sottolineare il carattere fondamentale dell’aspetto monetario, considerato addirittura come la condizione di possibilità di ogni altra proposta politica. Non stupisce che Pound vi abbia visto la concretizzazione della sua idea di America frugale e illuminata. Fra i riferimenti politici di Pound legati a tale tradizione, inoltre, è impossibile non citare quello insistito e onnipresente alla dinastia politica degli Adams: da John, secondo presidente degli Usa, al figlio di questi e quinto inquilino della Casa Bianca, John Quincy, fino ai nipoti di quest’ultimo, Henry e Brook, storici e scrittori.

Henry e Brook Adams aderirono al People’s Party, le cui idee facevano da sfondo alla critica alla civiltà del secondo, espressa nel suo The Law of Civilization and Decay, opera che anticipava la morfologia della storia di Toynbee e Spengler e che Pound cercherà inutilmente di far tradurre dalle autorità fasciste. Il saggio proponeva, fra le altre cose, l’educazione militare come modello educativo generale e l’ostilità verso i dibattiti parlamentari logorroici. L’approdo era una sorta di socialismo di Stato, di natura, però, non marxista. “Io penso di non essermi mai imbattuto in un’opera che mi insegnasse tanto e dalla quale dissentissi in maniera così radicale nelle conclusioni”, scriverà Henry Adams del pensiero marxista. A questi filoni si ricollegherà anche un intellettuale originale Christopher Lasch, che contro l’arroganza delle nuove oligarchie e la “ribellione delle élite” si è rifatto esattamente alle idee del People’s Party. Certo, non sappiamo quanto Trump sappia di Bryan, della dinastia degli Adams, di Lasch e di Pound. Forse nulla. Di certo c’è che la storiella delle classi acculturate contro il popolo beota e populista non funziona minimamente. Per conferma, chiedere a Pound.

Adriano Scianca

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