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Roma, 16 gen – Erdogan non molla l’osso libico e oggi ha annunciato che la Turchia sta inviando truppe a sostegno del Governo di accordo nazionale, ovvero quello di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj. Non è una novità, visto che la settimana scorsa aveva già inviato i primi 35 soldati, è semmai un’accelerata per rafforzare l’alleato. Particolare non da poco se consideriamo che a tre giorni dalla Conferenza di Berlino, tanto agognata da Conte e Di Maio per trovare una soluzione diplomatica al conflitto, Erdogan non sembra intenzionato a placare la tensione ma soprattutto intende sfruttare al massimo l’immobilismo del governo italiano. Non a caso il presidente turco ha annunciato che la Turchia inizierà pure le attività di ricerca di gas nel Mediterraneo orientale: “Inizieremo le attività di ricerca e perforazione già nel 2020, appena possibile, dopo l’attribuzione delle licenze”, ha detto Erdogan specificando che la nave da ricerca sismica Oruc Reis verrà presto inviata nell’area. “Nelle zone tra Turchia e Libia è ora legalmente impossibile che vi siano attività di ricerca e perforazione o che transitino condotte senza l’approvazione di entrambe le parti”, ha specificato il ‘sultano’ turco.

I “ribelli” islamisti

Una decisione che dovrebbe preoccupare, e non poco, l’Italia. Così come il governo giallofucsia dovrebbe approfondire un’altra questione, prima di presentarsi al tavolo di Berlino e ripetere a pappagallo quattro banalità in fila. Erdogan ha infatti deciso in spedire in Libia non soltanto i propri soldati, ma anche e soprattutto 2mila “ribelli” siriani, come rivelato ieri dal Guardian. Un’operazione sottotraccia che somiglia molto a quella messa in atto da Putin, che per sostenere l’alleato Haftar ha aperto la strada all’invio in Cirenaica di mercenari russi non riconducibili all’esercito di Mosca. Viceversa Erdogan invia migliaia di combattenti islamisti, già impiegati nell’offensiva contro i curdi nel nord della Siria, in Tripolitania. Una scelta che rischia di complicare ulteriormente il conflitto libico.

Stipendio e nazionalità turca

Secondo il Guardian, molti combattenti siriani sono già in Libia, arrivati in aereo a Tripoli, e sono in prima linea nella difesa della parte orientale della città assediata da Haftar. Sarebbero 1.350 quelli entrati in Turchia il 5 gennaio, mentre altri sono ancora in fase di addestramento nei campi della Turchia meridionale. Una fonte avrebbe poi rivelato al Guardian che i siriani mandati a combattere in Libia dovrebbero fondersi in una divisione che prende il nome dal leader della resistenza libica Omar al-Mukhtar, giustiziato dall’Italia nel 1931 e divenuto particolarmente popolare in Siria tra i “ribelli” anti-Assad. Ma dietro alla maschera della “guerriglia romantica”, secondo il quotidiano inglese gli islamisti filo-turchi stanno andando in Libia a combattere perché lautamente pagati dal Governo di accordo nazionale di Sarraj: 1500 euro al mese, cifra enorme rispetto agli 80 euro mensili gentialmente devoluti dalla Turchia per combattere in Siria. Inoltre, a tutti sarebbe stata promessa la nazionalità turca, una carota che da anni Ankara starebbe usando per reclutare uomini da inquadrare in varie milizie.

Eugenio Palazzini

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