Parigi, 15 apr – Sta suscitando molte polemiche una mostra su Tutankhamon, allestita presso la Grande halle de la Villette nella capitale francese. La protesta è partita da alcune associazioni antirazziste, le quali hanno accusato i curatori della mostra di aver «sbiancato» il celebre faraone egizio. Secondo questi gruppi africanisti, infatti, Tutankhamon avrebbe avuto la pelle nera, in quanto appartenente al ceppo subsahariano. Ma questo fatto non sarebbe stato preso in considerazione dai «razzisti bianchi», i quali avrebbero contrabbandato l’immagine di un Tutankhamon con la pelle più chiara.

Complottismo africanocentrico

Questa ipotesi, non suffragata dalle fonti, è stata però assunta come un dogma dagli antirazzisti afro-francesi. Secondo loro, infatti, gli antichi Egizi sarebbero stati tutti africani subsahariani ma, dato che i primi egittologi erano tutti bianchi, questi avrebbero mutilato del naso le mummie e le antiche statue egizie per nascondere questa scomoda (e presunta) verità storica. Tali accuse, tuttavia, sono state rimandate al mittente dai curatori della mostra, che proprio non ci stanno ad essere incolpati di razzismo e profanazione di cadavere. In un’intervista al quotidiano Le Point, l’egittologa Bénédicte Lhoyer si è infatti detta indignata per quelli che secondo lei sono veri e propri deliri complottistici. «È assolutamente impossibile instaurare un dialogo pacifico con questi soggetti», ha dichiarato la studiosa, la quale si è soffermata anche sulle assurdità delle teorie africanocentriche. «Il loro ragionamento è il seguente: l’antico Egitto è stato studiato per la prima volta dagli europei, quindi i risultati delle loro ricerche sono stati contraffatti! Un amico egittologo ha provato qualche tempo fa a impegnarsi in una discussione con loro su uno dei loro blog, ma è stato demolito dagli utenti di internet che lo hanno chiamato razzista, accusandolo di negare “il posto che spetta di diritto all’uomo africano nella storia”».

La verità della scienza

Come spiega la Lhoyer, l’argomento decisivo degli antirazzisti africanocentrici è l’iconografia dell’antico Egitto, che ritrae gli uomini con la pelle rossa: «L’iconografia egizia non rappresenta la realtà, ma la concezione che gli Egizi avevano del loro mondo. Si tratta di un codice cromatico: la donna è rappresentata con il colore giallo, e l’uomo è spesso rappresentato in rosso scuro, colore che interpretiamo con l’idea dell’uomo attivo che lavora sotto il sole, mentre la donna ha una carnagione più chiara poiché resta in casa, lontana dal lavoro nei campi in pieno giorno». E anche sul caso specifico di Tutankhamon, l’egittologa francese è categorica: «Costoro si servono di fotografie di statue annerite di Tutankhamon per affermare che aveva la pelle nera. Stessa cosa per la sua mummia. Ma sono le resine di imbalsamazione, usate in grandi quantità, che si sono annerite. E infatti sappiamo bene che Tutankhamon non era un faraone originario dell’Africa. Anche altre statue hanno la pelle nera, ma solo perché nell’antico Egitto il nero era il colore della risurrezione. Del resto, siamo accusati anche di aver sbiancato la pelle di Ramsete II. Ci sono poi altre teorie deliranti: gli Egizi chiamano il loro Paese “Kemet” (“la nera”), che secondo il movimento africanista sarebbe la prova definitiva dell’africanità dell’Egitto. Ma non è così! “La nera” è la terra fertile, il colore del limo, mentre il deserto è invece chiamato “il rosso”, cioè la terra sterile, sulla quale nulla può crescere». Dettagli, a quanto pare, per i prodi antirazzisti transalpini. O meglio, l’ennesimo complotto dell’uomo bianco.

Valerio Benedetti

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