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Manchester simulazione attentato islamiciManchester, 23 mag – Centinaia di persone nel centro commerciale di Trafford, vicino lo stadio di Manchester, poi l’irruzione di un attentatore suicida, l’urlo “Allah Akbar” e l’esplosione, con decine di corpi a terra ricoperti di sangue. Avveniva soltanto un anno fa, nella stessa città inglese colpita ieri sera da un orrendo attacco suicida che ha ucciso 22 persone durante una tappa del tour mondiale di Ariana Grande. Ma le immagini registrate in quel caso, per fortuna, facevano soltanto parte di una simulazione, organizzata dalla polizia per testare i tempi di reazione di soccorsi e forze dell’ordine. La cronaca della vicenda, però, fece registrare qualcosa di davvero “curioso”, tanto da attirare anche l’attenzione dei giornali italiani. La polizia britannica, infatti, chiese scusa alla comunità islamica per una ragione molto semplice a dirsi quanto assurda – ancor più dopo le notizie diffuse in queste ore – a credersi: durante la simulazione, il finto attentatore suicida impiegato nella scena urlava “Allah Akbar”, prima di farsi esplodere. Per i musulmani inglesi questa scelta risultava come “una discriminazione inaccettabile”. La frase utilizzata, secondo i musulmani, avrebbe ricalcato lo stereotipo del terrorista islamico, discriminando così la loro comunità religiosa. “Riconosciamo l’offesa e ci scusiamo per tutto ciò che questa offesa ha causato”, aveva dichiarato in quella occasione Garry Shewan, dirigente della polizia di Manchester in seguito alle critiche provenienti soprattutto dalla Community Safety Forum, attiva contro l’islamofobia nel Paese.

Il politicamente corretto prima di tutto (tant’è che i giornali inglesi, tutt’ora cauti, stanotte per tutto il tempo hanno evitato anche solo di avanzare l’ipotesi di un attentato di matrice islamista), anche contro ogni logica. Ma è davvero discriminante che la polizia, nel corso di una simulazione, ipotizzi di trovarsi di fronte a quello che è, sulla base della cronaca, il pericolo correntemente più concreto dal punto di vista dell’anti-terrorismo? E’ discriminante che, nel corso di un’esercitazione di fatto portata avanti proprio per prepararsi ad un eventuale attacco islamista, il finto attentatore sia un jihadista? Ovviamente non lo è. Ed anche in quel caso la polizia ci provò a difendersi: “Lo scenario di questa esercitazione si basa su un attacco suicida condotto da estremisti sullo stile di quelli di Daesh e chi lo ha pensato si è basato su circostanze avvenute già in precedenti attacchi di questa natura, ispirandosi a dettagli di eventi passati per rendere la situazione il più realistica possibile“. Salvo poi cedere immediatamente, prima ancora di concludere la frase: “Tuttavia, riflettendoci, riconosciamo che è stato inaccettabile utilizzare quella frase religiosa subito prima di un finto attentato suicida, collegando così l’esercitazione all’Islam. Lo riconosciamo e ci scusiamo per l’offesa che questo ha causato”.

Ma, dopo l’ennesimo attentato che insanguina l’Europa, non sarebbe forse il caso di fermarsi a riflettere su questo approccio “de-costruttivo”, che impedisce di fatto un’analisi realistica ed oggettiva dei fatti? Possiamo sforzarci quanto vogliamo a dire, con il sindaco di Milano Beppe Sala, che Ismail Tommaso Ben Yousef, il ventenne che ha accoltellato un poliziotto ed un militare in stazione centrale a Milano, è un normalissimo ragazzo italiano. Possiamo insistere a dire che gli attentati in Francia sono stati compiuti da cittadini francesi o belgi, insomma europei ed anche aggiungere che gli sbarchi non hanno a che fare col terrorismo. Possiamo parlarci addosso quanto vogliamo e negare ciò che la cronaca continua a sputarci addosso, molto più realistica della filosofia progressista dei nostri media. Resta il fatto che nell’incontro tra le comunità indigene e quelle allogene a cui da decenni – ed oggi in maniera eclatante – si permette il trasferimento di massa nelle città europee, c’è un problema oggettivo di identità differenti. E se in Belgio o nel Regno Unito il nome più diffuso per i nuovi nati è Mohammed e non Adam o, ad esempio, Oliver la questione evidentemente è tangibile. Possiamo anche – anzi, sarebbe preferibile – non chiamarlo scontro di civiltà (del resto, lo scontro è in gran parte conseguente soltanto alla convivenza) e possiamo anche non mettere in discussione i valori dell’uno e dell’altro “blocco” in campo.

Qui, infatti, a ben guardare, non si tratta in alcun modo di scontro di valori, né di quelli impercettibili di un presunto Occidente (non più cristiano, non più veramente laico, non più europeo), né di quelli dell‘Islam (di cui il terrorismo è solo un’espressione fanatico-politica). La polemica per il velo è del tutto marginale. La poligamia non è pressoché in discussione. I quartieri di Parigi in cui donne e uomini frequentano locali separati sono conseguenze di un dominio territoriale che precede la differenza culturale. La volontà impositiva qui in gioco è espressione di debolezza da parte del paese ospitante, prima ancora che arroganza da parte di chi è stato ospitato ed oggi le carte registrano come pienamente “europeo”. Il punto è che proprio il pensiero debole, la decostruzione dei concetti e l’analisi fatta coi guanti in lattice e telescopio per valutare quanto si vede meglio ad occhio nudo sono la prima causa di questo scontro e, soprattutto, della nostra sconfitta. Le identità – qualsiasi cosa dicano le carte – esistono, nelle strade, in famiglia, tra amici, nei quartieri. E vanno al di là degli stessi valori di cui ciascuno si pretende portatore. E’ una questione di appartenenza. E non basta rifiutarne la logica per cancellarle. Ecco perché non possiamo continuare a negare l’esistenza di un “noi” e di un “loro”, chiedendo scusa quando per sbaglio osiamo farlo, mentre alcuni di “loro” ci fanno la guerra proprio perché siamo “noi”. Dubitiamo che “loro”, quando saremo ovunque troppo deboli per decidere di non chiedere scusa, decideranno come “noi” che dopo tutto l’identità è solo un costrutto ideologico.

Emmanuel Raffaele

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