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Tripoli, 22 gen – Simone Di Stefano e CasaPound hanno sempre avuto una posizione “forte” sulla questione libica: un intervento militare unilaterale italiano teso al controllo dei flussi migratori e difesa strenua degli interessi italiani in Libia (a cominciare da quelli energetici dell’Eni). Complice anche la situazione a dir poco caotica dell’ex colonia italiana, con due leader, Al Serraj e Haftar, che si accusano reciprocamente di comandare poco o nulla, spesso nella comunicazione, soprattutto social, non si è negata in futuro la possibilità di un intervento forte dell’Italia simile ad un “protettorato”. Parole che questa volta hanno varcato i confini nazionali destando scalpore anche in Libia, con il Libya Times (quotidiano fondato a Bengasi ma ora di base a Washington) che lancia l’allarme: “In Italia un candidato premier vuole annettere la Libia Occidentale”.
A scatenare il dibattito in Libia sono stati alcuni tweet di Simone Di Stefano sull’argomento, in particolare una risposta ad un utente dove il candidato premier di CasaPound ventilava l’ipotesi, ancora in un futuro lontano, di un “protettorato sulla Tripolitania, in accordo con la Russia e quindi con il benestare di Tobruk e dell’Egitto di Al Sisi”. Per il giornale libico la posizione sulla Libia sarebbe legata alle istanze sovraniste di CasaPound, che sul piano economico dopo l’uscita da Euro e Ue, punterebbe su un’amministrazione italiana de facto della Libia Occidentale. Nel pezzo del Libya Times viene definita “choccante” la risposta che Di Stefano fornisce ad un utente, che gli faceva notare come la zona più ricca di petrolio fosse quella orientale della Cirenaica e del Fezzan. “Un passo alla volta” è stata la risposta del candidato premier di CasaPound che ha destato scalpore in Libia.
“Non è uno scherzo, il candidato presidente di un paese dell’Europa occidentale ha dichiarato pubblicamente ai suoi sostenitori che la sua politica estera includerebbe l’occupazione di uno stato sovrano arabo”, scrive il giornalista del quotidiano “libico” con sede negli Usa. Le parole di Di Stefano “non potrebbero arrivare in un momento peggiore” spiega sempre il quotidiano di riferimento all’area orientale della Libia, “dopo l’approvazione del parlamento italiano dell’invio di altri 100 soldati in una caserma di Misurata”.
Per il Libyan Times anche lo stesso Al Serraj, considerato “il burattino degli italiani”, sarebbe stato costretto ad intervenire e prendere le distanze dalla decisione italiana. In ogni caso il dibattito sulle parole di Di Stefano in Libia, in particolare in Cirenaica, resta rovente e rumors parlano di un imminente chiarimento tra il Ali Al-Qatrani, vicepresidente del Consiglio Presidenziale e fedelissimo di Haftar, e lo stesso Di Stefano.
Davide Romano

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4 Commenti

  1. …..imparare da Hitler (e Putin ).. poche chiacchiere …Forte armamento.., ripresa economica con investimenti interni..poi si può ”parlare”..

    • ……purtroppo, non bastano solo gli armamenti, occorre un ripristino del servizio militare che non sia un ”pulitura di pentole”, ma un addestramento,rapido e sopratutto serio, al combattimento..( 6 mesi intensi,; più che sufficienti ) una preparazione per le truppe e per il comando fatte da chi il combattimento lo ha vissuto sul campo e non sul ”.tavolino” .Quindi utilizzare addestratori provenienti da pesi che hanno affrontato guerre in modo reale e vincente…( escludendo paesi, tipo Israele , troppo legati agli USA , rischio tradimenti )

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