Roma, 27 ott – “Ho partecipato con grande entusiasmo alla ‘marcia della pace’, organizzata il 23 ottobre scorso a Budapest negli stessi luoghi dove iniziò la rivolta del 1956. Grazie ad un’azzeccata iniziativa del sindacato UGL, un gruppo di volontari patrioti italiani ha sfilato con il tricolore per le strade della capitale ungherese, tra i calorosi applausi dei tanti presenti (oltre un milione), cantando insieme agli ungheresi la bellissima canzone ‘Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, il sole non sorge più a Est’. Scritta nel 1966 da Pier Francesco Pingitore e interpretata da Pino Caruso, la canzone godette fin da subito di un grande successo all’interno del neonato Bagaglino, per poi diffondersi negli ambienti universitari”. Un raggiante ammiraglio (ris) Nicola De Felice racconta così al Primato Nazionale la manifestazione svoltasi nella capitale ungherese pochi giorni fa.



Ammiraglio, davvero stavate cantando “Avanti ragazzi di Buda”? Dunque quel pezzo italiano, emblema di un ambiente di giovani italiani che non abboccavano al sol dell’avvenire, oggi “impazza” in Ungheria?

Certo, “Avanti ragazzi di Buda” è conosciuta in Ungheria e ne è stata prodotta una versione in lingua magiara. Nel 2019 il premier Orbán, ospite della manifestazione di Fratelli d’Italia Atreju, l’ha definita “la canzone più bella mai composta sulla rivoluzione del 1956″. Pingitore è stato premiato con la Gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica ungherese. Le parole della canzone rimbombavano negli anni ‘70 nelle aule dei licei italiani, cantata da pochi “incoscienti” come me.

Erano anni in cui qualcuno in Italia ancora sognava l’avvento dei carri armati sovietici. Gli stessi che qualcuno nel 1956 – molto prima di godersi una dorata pensione da presidente della Repubblica – esaltava dalle colonne dell’Unità. In Ungheria si respirava invece un’altra aria, c’era voglia di liberarsi dal giogo di Mosca…

Proprio 65 anni fa il popolo ungherese insorse contro la dittatura comunista, da una manifestazione di studenti che ben presto si trasformò in rivolta contro la presenza sovietica in Ungheria. Nel giro di pochi giorni, milioni di ungheresi si unirono ai moti e li sostennero. Dopo varie vicissitudini, il Partito dei Lavoratori Ungheresi nominò primo ministro Imre Nagy che condivise le istanze degli studenti, identificandosi con la rivoluzione stessa. Durante le trattative di pace con i sovietici, l’appena nominato ministro della Difesa, generale Pál Maléter, fu arrestato dal KGB assieme a tutta la delegazione ungherese. Nagy invece, si rifugiò nell’ambasciata iugoslava, ma Tito lo fece consegnare ai sovietici che lo impiccarono insieme a Maléter ed al giornalista Miklós Gimes. Fu impiccato anche un maggiore di origine italiana, Antal Pallavicini, responsabile per aver salvato dalla purga comunista il cardinale Mindszenty, Primate d’Ungheria. Ebbe così fine tra il 4 novembre – giorno dell’arrivo a Budapest dell’Armata Rossa con 4.000 carri armati e 200.000 soldati – e il 7 novembre, con la restaurazione di una dittatura filosovietica capeggiata da János Kádár, la storica “Rivoluzione del ’56”. Morirono circa 2.700 ungheresi e tanti altri furono giustiziati negli anni a seguire. I feriti furono migliaia e 250.000 furono gli ungheresi che lasciarono il Paese rifugiandosi in Occidente.

Ma che effetto le ha fatto vedere decine di migliaia di ungheresi ricordare quella pagina storica nel 2021?

La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del bolscevismo in Europa e fu prodromo, 10 anni dopo, della primavera di Praga. In questa atmosfera pregna di ricordi e di speranze, durante la sfilata ho colto, verso noi italiani lì presenti, un sincero sentimento di gratitudine, ma anche di fierezza di un popolo, quello ungherese, che ha sofferto l’oppressione sovietica e che ha conosciuto la crudeltà e la massificazione globalista del comunismo. Mi sono chiesto come noi italiani avremmo reagito se avessimo subìto un’esperienza del genere, quali sentimenti di amore per la patria, quale fierezza di popolo avremmo ora? Saremmo stati capaci di rialzare la testa contro l’oppressione di un totalitarismo marxista così’ agghiacciante, durato 50 anni circa? Ora, purtroppo, sembra quasi impossibile, in Italia, ritrovare quei sentimenti di amore per la Patria, per le tradizioni e per le nostre identità, quella caparbietà di rimarcare con assoluta ragione i diritti sovrani sulla nostra terra e sui nostri mari, così deturpati da una politica nazionale di sicurezza cieca e autolesionista.

Alessandro Della Guglia

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