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Roma, 16 feb – Nel nome del politicamente corretto e della paranoia antirazzista dilagante di cui ci siamo spesso occupati, ecco che, dagli Stati Uniti, arriva la notizia di un’altra iniziativa di dubbia utilità e a dir poco ridondante. Gli studenti di fede democratica dell’Elizabethtown College della Pennsylvania, infatti, hanno lanciato da pochi giorni una campagna, che invita gli studenti di razza bianca ad indossare una spilla con la forma della tessera di un puzzle di colore bianco. La spilla, spiega il gruppo “Democrats” del college americano, servirà ad avviare una discussione intorno alla questione razziale, nonché a ciascuno per riflettere sul “privilegio di essere bianco e l’impatto che il privilegio di essere bianco ha sulle persone di colore”. Secondo Aileen Ida, giovanissima presidente della compagine promotrice dell’iniziativa, la tolleranza dei bianchi “non impedisce loro di essere parte di un sistema basato su secoli di disuguaglianza”. La campagna, della quale si è occupata una tv locale in una intervista (Local 21 CBS News), è stata presentata sabato scorso e, seppur non si sappia molto in merito al successo riscosso dall’evento, dall’account Facebook i promotori hanno affermato che, finora, avrebbero aderito all’iniziativa almeno cinquanta persone, tra alunni e membri della comunità del college.

“Questo progetto, da noi leggermente modificato”, spiegano ancora i democratici dell’Elizabethtown College, “è stato avviato da un pastore luterano del Wisconsin di nome Barb Girod. Barb ha preso l’impegno di indossare la tessera bianca di un puzzle ogni giorno per un anno per imporre a se stesso di pensare al privilegio di essere bianco”. “Gli studenti del campus e la comunità intera”, hanno aggiunto, “sono invitati a pensare ad una cosa – come la razza influenza la loro vita, direttamente o indirettamente. In seguito al lancio della nostra campagna della spilla, una campagna-sorella sarà lanciata per dare agli studenti l’opportunità di raccontare anonimamente storie personali su come la razza influenzi quotidianamente le loro vite”.

Essere bianchi, dunque, sembra  ormai a tutti gli effetti, per i progressisti su questa e sull’altra sponda dell’oceano, una colpa a cui non c’è rimedio. E tornano alla mente, quando ci si trova davanti a notizie simili, alle dichiarazioni rilasciate oltre un anno fa da Ali Michael, professoressa della University of Pennsylvania, che aveva dichiarato di non voler figli per non contribuire al perpetuarsi della razza bianca: “C’è stato un tempo nella mia vita, quando avevo 20 anni, in cui tutto ciò che studiavo sulla storia del razzismo mi ha fatto odiare me stessa, la mia “whiteness”, i miei antenati e i miei discendenti. Fu in quel periodo che decisi di non avere figli biologici perché non volevo diffondere il mio “privilegio” biologico”. “Ho pensato che il modo migliore per mettere fine al razzismo fosse sentirsi in colpa, e far sentire in colpa anche altre persone bianche“, aveva aggiunto la docente. Ma le sue stesse dichiarazioni, del resto, non erano certo un caso isolato e non possono certo esser lette come tali. Lei stessa, infatti, si era ispirata a Rachel Dolezal, che si era addirittura finta nera per portare avanti la “lotta per l’uguaglianza”. Come non può esser dimenticato il terzo libro del noto regista statunitense Micheal Moore, “Stupid White Men” per l’appunto, in cui la razza bianca veniva additata in quanto tale della gran parte dei mali del mondo. Per finire con il caso recente degli studenti che hanno proposto di smettere di studiare i filosofi bianchi, le accuse di razzismo addirittura nei confronti dell’inquinamento da parte dei Black Live Matters e mille altri casi ancora di cui sarebbe certamente interessante fare un elenco.

Del resto, l’orgoglio “black” è oggi comunemente ritenuto politicamente corretto, al contrario di quello bianco. Ecco perché importiamo dagli altri continenti gli “europei” di domani. E’ il senso di colpa che porta all’auto-estinzione.

Emmanuel Raffaele

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4 Commenti

  1. Spesso dietro pretese “battaglie politiche” si nasconde il disagio privato e personale, il sentirsi fuori posto e non accettati, in breve forti complessi psicologici che anzichè provarli a risolvere in sede clinica, si cercano di proiettare nel “diverso da sè” spesso appunto l’immigrato obbligatoriamente di origine africana.

    Prendiamo ad esempio questa Capo-Puzzle statunitense non propriamente bellissima non decisamente magrissima; il suo
    “sentirsi in colpa” in quanto bianca -a mio parere- è un sentirsi inadeguata nella società in quanto cozza,e questa empatia
    con gli afroamericani a ben vedere suona anche abbastanza OFFENSIVA ed umiliante per loro visto l’evidente uso strumentale che se ne intende fare.

    Nello specifico -al netto di eventuali malattie metaboliche- sarebbe piiù utile suggerire a questa Capo-Puzzle qualche corsetta in più sul campus universitario (e qualche bombolone alla cioccolata in meno) anzichè impiegare il tempo libero a fissare con la colla spillette dietro tesserine bianche del puzzle, a simboleggiare ridicole quanto pretestuose “battaglie politico-sociali”.

  2. È vero, appertenere ad una razza intellettualmente e spiritualmente superiore – ovvero non essere uno stupido negro di merda – è un grandissimo privilegio. Che ci vuoi fare…

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