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4,7 miliardi che lo Stato finge di non vedere: il mercato delle escort e l’ipocrisia fiscale italiana

by Redazione
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C’è un numero che l’Istat conosce benissimo, che Eurostat ha obbligato a calcolare e che il Ministero dell’Economia preferisce non commentare: 4,7 miliardi di euro. Sono i consumi finali annui stimati per i servizi di prostituzione in Italia, inclusi nel calcolo del PIL non osservato come previsto dal regolamento europeo SEC 2010. L’Italia li conta. Li registra. Li include nei suoi aggregati macroeconomici. Ma non li tassa, non li regola e non ne trae alcun beneficio per le casse pubbliche.

In un Paese che da decenni dibatte di evasione fiscale, che insegue il pareggio di bilancio come un miraggio e che stringe la cinghia sui contribuenti con ogni manovra finanziaria, l’esistenza di un settore da quasi cinque miliardi completamente al di fuori del perimetro fiscale non è solo un paradosso contabile. È una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, ha un costo preciso.

Quello che la Germania ha fatto e l’Italia no

La Germania ha legalizzato la prostituzione nel 2002. Il risultato, a distanza di oltre vent’anni, è un settore che genera un giro d’affari stimato in 14,5 miliardi di euro l’anno, con lavoratrici registrate, contributi previdenziali versati, controlli sanitari obbligatori e un gettito fiscale che entra regolarmente nelle casse dello Stato federale. Il modello tedesco non è perfetto: una parte del mercato resta sommersa, i controlli non sono capillari, le critiche sono legittime. Ma è un modello che esiste, che funziona e che produce entrate.

L’Olanda ha un sistema analogo, con quartieri regolamentati e obblighi sanitari. La Svizzera permette l’attività con registrazione fiscale e assicurazione sanitaria obbligatoria. Persino la Grecia, in condizioni economiche decisamente peggiori delle nostre, tassa il lavoro sessuale.

L’Italia, invece, si trova nella posizione più assurda: la prostituzione esercitata autonomamente non è illegale, ma il favoreggiamento lo è. Il che significa che lo Stato riconosce implicitamente l’esistenza del settore ma impedisce qualsiasi forma di organizzazione legale. Nessuna registrazione, nessun contributo previdenziale, nessuna tutela sanitaria sistematica, nessun gettito fiscale. Il peggio di entrambi i mondi.

“L’Italia include nel PIL i proventi della prostituzione per obbligo europeo, ma non trae nessun beneficio fiscale da un settore che vale quasi cinque miliardi di euro l’anno. È come contare i soldi sul tavolo e decidere di non raccoglierli.”

2,6 miliardi sul tavolo

Secondo le stime più citate, una regolarizzazione completa del settore potrebbe generare un gettito fiscale annuo di circa 2,6 miliardi di euro. Per dare un ordine di grandezza: è una cifra paragonabile all’intera manovra correttiva che il governo ha dovuto approvare nel 2024 per rispettare i parametri europei. Due miliardi e mezzo che ogni anno restano nell’economia sommersa, alimentano circuiti finanziari informali e non contribuiscono a nulla di pubblico.

A questo si aggiungerebbero i risparmi sui costi sanitari (lavoratrici registrate significano controlli medici regolari), la riduzione del riciclaggio di denaro che transita attraverso il settore informale, e un miglioramento automatico di tutti gli indicatori macroeconomici legati all’emersione dell’economia sommersa.

Il codice ATECO 2025: un segnale o una presa in giro?

Nel 2025, l’Istat ha introdotto un nuovo codice ATECO dedicato ai servizi di accompagnamento e organizzazione di incontri. Formalmente, non cambia nulla: la normativa resta identica, lo status giuridico non si modifica, nessuno è obbligato a usare quel codice. Ma il segnale è chiaro: lo Stato sta lentamente riconoscendo che il settore esiste come categoria economica distinta e che prima o poi andrà affrontato.

Intanto il mercato si organizza da solo. Piattaforme digitali con profili verificati, come escort a etaira italia, offrono già oggi quello che la normativa non fornisce: trasparenza, verifica dell’identità, informazione chiara. Il settore privato ha risolto in pochi anni problemi che lo Stato non ha nemmeno iniziato ad affrontare. Una storia italiana, se vogliamo, tristemente familiare.

L’elefante nella stanza

Perché nessun partito politico italiano mette questo tema nell’agenda? La risposta è semplice e deprimente: il costo elettorale percepito supera il beneficio economico reale. Nessuno vuole essere il politico che “legalizza le prostitute”, anche se la formulazione corretta sarebbe “regolarizza un settore da cinque miliardi che già opera alla luce del sole e che lo Stato finge di non vedere”.

La classe politica italiana preferisce inseguire micro-entrate attraverso complicazioni burocratiche sui contribuenti già in regola piuttosto che affrontare il problema macroscopico di un’intera industria che opera senza pagare un centesimo di tasse. È una scelta che costa 2,6 miliardi l’anno in mancato gettito. Ogni anno. E nessuno presenta il conto.

I 3,1 milioni di italiani che secondo il Codacons utilizzano annualmente servizi di accompagnamento a pagamento non sono fantasmi statistici. Sono contribuenti, elettori, cittadini che generano un’economia reale e misurabile. Continuare a fare finta che non esistano non è moralità. È incompetenza fiscale.

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