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Roma, 14 set – “Non siamo di fronte ad alcuna invasione” e “la percentuale dei rimpatriati rispetto agli sbarcati è di oltre il 60 per cento”. Così Luciana Lamorgese, il primo novembre 2019, fotografò quello che a suo avviso altro non era che un ameno contesto sociale. Due anni dopo, senza alcun timore di smentita, possiamo affermare che la situazione non era affatto idilliaca allora e soprattutto non lo è adesso. Peggiorata, precipitata anche a causa della malagestione della Lamorgese. Un fallimento totale quello del ministro dell’Interno dell’allora governo Conte bis e dell’attuale esecutivo guidato da Mario Draghi.



Rimpatri, il fallimento della Lamorgese

Perché se verba volant, i numeri no, quelli restano e sono impietosi. E non riguardano soltanto gli sbarchi continui, ma anche i mancati rimpatri di immigrati irregolari. “Dal 2008, ogni anno circa mezzo milione di cittadini non-Ue ha ricevuto un’ingiunzione a lasciare l’Unione perché vi era entrato o soggiornava senza autorizzazione. Tuttavia, meno di uno su cinque è effettivamente ritornato nel proprio paese al di fuori dell’Europa“, rivela la Corte dei Conti Ue in un apposito rapporto sulle riammissioni. Una falla sistematica che coinvolge dunque tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Ce ne sono però due in particolare che emergono come fanalini di coda nella politica dei rimpatri: Italia e Grecia.

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Le due nazioni mediterranee, peraltro quelle che subiscono maggiormente gli sbarchi di clandestini, hanno infatti un basso numero di rimpatri anche rispetto agli altri Paesi Ue. Meglio: nettamente inferiori rispetto a quelli della media europea. Come mai? Secondo la Corte dei Conti innanzitutto per tre ragioni: eccessiva durata della procedura di asilo, collegamenti mancanti fra le procedure di asilo e di rimpatrio – le quali ostacolano il coordinamento e la condivisione delle informazioni – e assenza di un sistema di gestione dei casi di rimpatrio valido e integrato.

Le cause del disastro

Ma c’è di più e peggio, perché sussiste inoltre “un’insufficiente capienza dei centri di trattenimento pre-allontanamento” nonché una “difficile cooperazione con i Paesi terzi di origine dei migranti“. In parole povere non stiamo provvedendo ad accordi efficaci con le nazioni che dovrebbero riaccogliere i propri cittadini. Chiediamo a diversi Stati extra Ue di accogliere migranti che hanno semplicemente transitato sul loro territorio, senza però che vi siano accordi vincolanti.

“Alcuni Paesi terzi ritengono che un accordo di rimpatrio non offra alcun valore aggiunto rispetto alla cooperazione bilaterale, in particolare quando beneficiano di generosi accordi bilaterali con alcuni Stati membri”, si legge nella nota riportata dall’Ansa. Manca poi, ed è forse l’aspetto più rilevante, una seria politica di aiuti allo sviluppo e di convenienti scambi commerciali. In pratica non stiamo intervenendo efficacemente nelle nazioni da cui i migranti partono o da cui passano per poi imbarcarsi verso le coste italiane.

Eugenio Palazzini

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