Roma, 26 set – “Sospensione del ricreativo, principia ad avviare il culturale”. Se Letta Enrico da Pisa e Renzi Matteo da Firenze fossero due giovani donzelle femministe anni Settanta, dovrebbero svelare ora ai lavoratori italiani il contenuto dell’agenda Draghi. Dovrebbero sventolarla come un libretto rosso del terzo millennio, l’agenda Draghi, come se fossero di fronte a una vecchia casa del popolo del Mugello, pullulante di vecchi brontoloni. E verosimilmente, proprio come in Berlinguer ti voglio bene, verrebbero accolti da una gentile bordata di improperi indicibili. Perché della fantomatica agenda più introvabile delle figurine di Volpi e Poggi, gli elettori se ne sono altamente infischiati. Non se l’è filata neppure il sottobosco progressista, chiamato a impugnare la matita ai seggi per scongiurare l’avvento di improbabili fascisti. Nel nome della serietà, della responsabilità, della pacatezza, della competenza. Tutti sostantivi che farebbero addormentare anche Rocco Siffredi sul talamo ungherese. Insipidi come un semolino in ospedale. Galloni che lor signori si erano appuntati al petto arbitrariamente, giusto per salire sul piedistallo dell’incosistenza dorata.

L’agenda Draghi? Non se l’è filata nessuno

Pretendevano, Letta e Renzi, di scaldare i cuori di progressisti e moderati (ma chi sono, poi, i moderati?), evocando il ritorno al potere di un banchiere trapiantato in Parlamento. Ribolliti con spruzzate di cacio e pepe, si sono pure affidati all’astro nascente dei salotti romani: Calenda Carlo da Comencini. Lui sì che ha la giusta verve del cinguettante, giovane senza esserlo, sprezzante al punto giusto da bacchettare il populismo “de destra e de sinistra”, impregnato di hybris altoborghese, sufficientemente megalomane da smuovere l’imprenditoria virtuale. Agenda Draghi bipartisan, da tirare in faccia a pentastellati e sovranisti, fastidiosi infiltrati nella politica dello status quo accomodante.

Volete la pace o il termosifone acceso?”. Forza, poveracci che non siete altro, un po’ di sane rinunce nel nome della speculazione internazionale. Era tutta qua l’agenda Draghi, non c’era altro. Un sontuoso nulla ammantato di tutto, presentatoci come unica ancora di salvezza per restare attaccati alla barca che affonda, colpita dalla stessa global finanza che ora ci tira i braccioli del bimbo sguazzante. Peccato che gli elettori – maledetti plebei che non sono altro – l’abbiano gentilmente rispedita al mittente, l’agenda Draghi. Smemoranda.

Eugenio Palazzini

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