A member loyal to the ISIL waves an ISIL flag in RaqqaRoma, 9 gen – C’è una categoria politologica che, benché sprovvista di qualsiasi verità, non passa mai di moda: è l’islamofascismo, o fascismo islamico. Cosa sia di preciso, non si sa, ma tutti ne parlano. L’ultimo è stato Matteo Salvini, che ultimamente, dopo un periodo di grazia che sembra svanito, ha serie difficoltà ad azzeccarne qualcuna. Vedasi, a tal proposito, lo sproloquio non richiesto sul “nazismo islamico” pronunciato a Porta a Porta per commentare i fatti di Colonia (peraltro, se paragoni storici vanno fatti, avrebbe maggior senso quello con l’invasione russa in Germania o con le marocchinate ciociare). Ma il segretario della Lega è in buona compagnia: negli ultimi anni il “fascismo islamico” è stato denunciato da un’accozzaglia piuttosto variegata di personalità e movimenti, da George W. Bush ai vari partitucoli comunisti, passando per il ministro della Difesa del Pd, Roberta Pinotti. Come una tesi tanto scombiccherata possa trovare tanto consenso non lo si capisce davvero. O, meglio, lo si capisce se tiriamo in ballo il dottor Freud.

Che l’Isis non sia fascista, in realtà, ce lo dice in primis proprio… l’Isis, il quale non ha in genere grandi preoccupazioni di presentabilità e non avrebbe certo problemi a sventolare fasci e svastiche se ritenesse di dover inscrivere la propria azione in quel filone storico. E invece il Califfato, nei suoi video di propaganda, non esita a presentarsi come il baluardo contro il fascismo e il nazionalismo, vantando la natura multirazziale e cosmopolita del nuovo “Stato”. Spiacenti, ma più che Pavolini ricorda la Boldrini. E ancora recentemente, dopo le mobilitazioni anti-Isis di qualche autorità islamica libica, su alcuni profili twitter riconducibili a seguaci del califfato è stata postata la foto di Benito Mussolini mentre viene accolto in Libia da capi religiosi locali, con la didascalia: “La storia si ripete: ecco gli ulema del male, che giuravano fedeltà al loro tutore fascista Mussolini. Cambiano le facce e le maschere, ma non le abitudini”.

Le cose non cambiano se rivolgiamo lo sguardo al passato. I sostenitori della tesi dell’islamofascismo citano spesso e volentieri il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husayni, noto per le sue simpatie nazifasciste. Una figura certo rilevante, ma che nella polemica politica assume importanza quasi cosmica, tanto che Netanyahu ne ha fatto addirittura il vero ideatore dell’Olocausto, nonché suggeritore dell’idea a un Adolf Hitler eccezionalmente scalzato dal podio del male per l’occasione. Che le masse islamiche abbiano guardato con favore ai fascismi è cosa nota, ma lo stesso vale praticamente per tutte le religioni dl pianeta. Filo-fascisti in larga parte furono anche gli induisti, i buddhisti, gli shintoisti, la maggioranza dei cristiani, persino molti ebrei, prima ovviamente del radicalizzarsi della politica anti-ebraica tedesca. Il fatto che gli avversari del fascismo fossero spiritualmente di estrazione materialista e politicamente al centro degli imperi coloniali contro cui i popoli extra-europei rivendicavano sovranità basterebbe di per sé a spiegare la cosa.

Le componenti religiose e politiche del mondo islamico che sono alla radice dell’attuale terrorismo, tuttavia, erano in tutt’altro modo orientate. Il santuario dell’eresia wahabita, quell’Arabia Saudita che dell’Isis costituisce il modello realizzato e, almeno nella prima fase del Califfato, il principale sponsor politico, è nata sotto l’ala della Gran Bretagna, primo stato a riconoscere il regno dei Saud. Il quale durante la Seconda guerra mondiale si mantenne in una posizione di neutralità formale, che gradualmente si rivolse favorevolmente verso le Potenze Alleate. Il 28 febbraio 1945, su pressioni inglesi, il re saudita abbandonò la sua posizione di neutralità e dichiarò ufficialmente guerra alla Germania e al Giappone. Non c’è male, per un “islamofascista”. Nel 1943 il Presidente Franklin D. Roosevelt aveva del resto dichiarato che la difesa dell’Arabia Saudita era un interesse vitale degli Stati Uniti: era il momento del passaggio dall’influenza britannica a quella statunitense, che sarebbe durata fino ai giorni nostri.

L’estremismo islamico nasce sin da subito sotto ipoteca occidentale. Alle origini del movimento salafita, per esempio, ci sono le teorie del persiano Jamal ad-Din al-Afghani, che nel 1883 fondò l’Associazione dei Salafiyya e che – come ha scritto Claudio Mutti, in un articolo intitolato “L’islamismo contro l’Islam?” – “nel 1878 era stato iniziato alla massoneria in una loggia di rito scozzese del Cairo. Egli fece entrare nell’organizzazione liberomuratoria gli intellettuali del suo entourage, tra cui Muhammad ‘Abduh, il quale, dopo aver ricoperto una serie di altissime cariche, il 3 giugno 1899 diventò Muftì dell’Egitto col beneplacito degl’Inglesi. ‘Sono i naturali alleati del riformatore occidentale, meritano tutto l’incoraggiamento e tutto il sostegno che può esser dato loro’: questo l’esplicito riconoscimento del ruolo di Muhammad ‘Abduh e dell’indiano Sir Sayyid Ahmad Khan (1817-1889) che venne dato da Lord Cromer (1841-1917), uno dei principali architetti dell’imperialismo britannico nel mondo musulmano”.

Adriano Scianca

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