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Roma, 4 gen – Dunque, a destra vi è un astro nascente di nome Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana, incensata dal Times che l’ha inserita tra le venti persone più influenti al mondo e che promettono bene. Il luogo comune secondo il quale a destra solo gli uomini fanno carriera e giungono ai posti di comando, mentre le donne verrebbero relegate a mere procreatrici secondo la miglior tradizione patriarcale, viene smentito dal successo del leader di Fratelli d’Italia che in un anno ha portato il suo partito dal 4 al 10% aggiudicandosi così il secondo posto, dopo Matteo Salvini, all’interno della coalizione di centrodestra, facendo sì che tale colazione viri verso una destra ben più decisa rispetto a quando Forza Italia risultava egemone.

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E il suo partito, Fdi, trae origine da una storia lunga, affascinante ma anche difficile da reinserire nel quadro della postmodernità caratterizzata dal preteso tramonto, da parte di alcuni, delle ideologie classiche novecentesche secondo le quali la politica si presentava al pubblico di elettori. Fratelli d’Italia, guidati da una energica Meloni, ha sempre saputo tenere il punto senza rinnegare le proprie origini e, anzi, facendo ricomparire nel proprio simbolo il disegno della vecchia fiamma tricolore, rimandando così alla propria identità, forse in aperta opposizione alla famosa svolta di Fiuggi con cui Fini avviò il suo percorso che lo ha fatto finire nel dimenticatoio della piccola politica, non dopo esser stato innalzato ad eroe dalla sinistra che a quel tempo idolatrava chiunque si contrapponesse a Berlusconi.

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Ma quale destra “patriarcale”

Insomma, a destra c’è una donna che senza quote rose, senza i soliti isterismi cui ci hanno abituato le Boldrini, ed anzi divenendo madre pochi mesi or sono, sta conducendo un partito nella parte alta della classifica dove affollano i pochi che avranno il privilegio e l’onere di scrivere il futuro dell’Italia.

In tempi di isterismo antifascista, come sono gli attuali, sembra impossibile assistere ad uno spettacolo così unico nel suo genere perché pesantemente eretico e rivoluzionario. Una fiamma tricolore sotto il nome di una donna che, senza rivendicare alcun diritto rosa, rivendica però la libertà di guidare un partito di destra nazionalista patriottica senza dover per questo essere arrestata dalla polizia del pensiero corretto, dagli intransigenti democratici che conoscono la famosa Costituzione-nata-dalla-resistenza solo quando c’è da imbastire un tribunale del popolo seguito da un patibolo.

La sua maternità è un simbolo grandioso che ha subito un ridimensionamento ingiustificabile, probabilmente per via dell’imbarazzo che ha sconvolto il mondo liberal italiano secondo il quale la rivoluzione rosa su cui la Gruber ha scritto un manualetto militare deve partire proprio dall’assenza del vincolo della maternità. Una donna, quindi, sarà libera quando non sarà più incinta, quando si sarà affrancata dalle mansioni casalinghe, dunque quando avrà ottenuto il privilegio di avvicinarsi sempre di più alla figura dell’uomo e alle sue peculiarità tra cui i peli sulle gambe. Già, perché la rivoluzione rosa a cui Giorgia Meloni si è opposta parte anche dalla foresta di peli che le donne dovrebbero, a sentire le paladine del femminismo, far crescere sui propri stinchi. Ed è un controsenso in termini, poiché se una donna si sente speciali in quanto donna, tutto dovrebbe fare tranne che tentare di somigliare ad un uomo.

Questo genere di differenziazioni, considerate bestemmie dalla sinistra arcobaleno, vennero ribadite nella hit costruita sull’intervento che la Meloni tenne alla manifestazione di Piazza San Giovanni lo scorso 18 ottobre. Si chiama Giorgia, è una donna, è una madre ed è cristiana. Di tutto ciò lei ne fa un vanto facendo impazzire i soloni alla Monica Cirinnà, e magari è per questo che piace così tanto.

Lorenzo Zuppini

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1 commento

  1. Ecco , se avevo dei dubbi sulla meloni , ora sono spariti del tutto .Avanti con il matriarcato nella destra che si va lontano .

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