Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 6 nov – In casa Pd l’aria è sempre più tesa. E cominciano a filtrare malumori che sono qualcosa di più di un semplice mal di pancia, e che potrebbero preludere a conseguenze molto gravi. La pietra dello scandalo è senz’altro la manovra, che sta comportando trattative estenuanti con gli alleati di governo, Luigi Di Maio e Matteo Renzi. E il segretario Zingaretti ne avrebbe abbastanza. Stamattina ha infatti avuto luogo al Nazareno il vertice dei ministri Pd e, secondo un’indiscrezione, i partecipanti avrebbero espresso «esasperazione per i continui atteggiamenti di Renzi e Di Maio. A forza di tirare, la corda si spezza».

Pd in fermento

Già ieri sera, del resto, Alessandro De Angelis ha ricostruito per l’Huffington Post l’atmosfera che si respira tra le mura del Nazareno, già particolarmente tetra per la questione dell’Ilva. Dario Franceschini, ormai esasperato, avrebbe detto a qualche collega più di una volta: «Se andiamo avanti così, si va a sbattere». Ma anche Paola De Micheli, durante una riunione a Fincantieri, non è stata da meno: «Se l’andazzo è questo, ogni giorno che passa è un voto in più a Salvini». Cominciano a essere molti nel Pd a pensare che il voto, tutto sommato, non sarebbe la peggiore delle soluzioni. Soprattutto se le forze della maggioranza continueranno a litigare praticamente su tutto.

Non esiste un piano B

Il problema è che il Pd, da quando ha dato semaforo verde all’accozzaglia giallofucsia, non ha studiato nessun piano B. Un po’ perché tutti erano convinti di imbrigliare facilmente il M5S, un po’ perché la dirigenza dem non è che brilli per lungimiranza. E, di fronte ai malumori di molti colleghi, c’è anche chi mette in guardia da decisioni affrettate: «Se qualcuno pensa di andare a votare dopo una manovra gestita male è da Tso», ha detto in consiglio di ministri il piddino Roberto Speranza. Insomma, la crisi è sempre dietro l’angolo, ma il voto anticipato rimane ancora un’ipotesi troppo azzardata. Il tornante decisivo, infatti, non sarà né la manovra né l’Ilva, ma la tornata elettorale del 26 gennaio in Emilia Romagna. Se la roccaforte rossa cade (e i sondaggi sono preoccupanti), il Conte bis dovrà probabilmente fare le valigie.

Valerio Benedetti

Commenta