ITALY-PIRELLI-F1Milano, 23 mar – Dalla Bicocca a Pechino, sola andata. Un altro, l’ennesimo marchio storico dell’industria nazionale prende la via dell’estero. Una via che, ancora una volta, porta direttamente in Cina. E così le prossime PZero -solo per citare uno dei modelli più conosciuti- parleranno cinese.

Nella serata di ieri è stato concluso l’accordo con il quale China National Chemical Corporation, altrimenti nota come ChemChina, colosso di proprietà del governo cinese, diventerà il socio di riferimento di Pirelli. La firma è arrivata al termine di trattative iniziate, sotto traccia, probabilmente già da tempo.

I tecnicismi prevedono la costituzione di una società-veicolo alla quale l’attuale socio di controllo, la Camfin di Tronchetti Provera, cederà la propria partecipazione in Pirelli. Il prezzo di vendita è di 15 euro ad azione, per un esborso totale da parte di ChemChina di quasi 2 miliardi. A differenza degli investimenti cinesi “classici”, questa volta non tutta l’operazione sarà fatta investendo la marea di liquidità di cui Pechino dispone: è infatti prevista l’assistenza da parte di JpMorgan, che interverrà come soggetto finanziatore. Almeno una parte dell’operazione sembra quindi strutturarsi come un’acquisto a debito, o leveraged buyout.

Una volta completata questa prima fase, Camfin utilizzerà una parte dei proventi per acquistare a sua volta quote della società che avrà in dote il controllo di Pirelli, senza però mai salire al di sopra del 49.9% del capitale. Vale a dire: ChemChina manterrà sempre la maggioranza assoluta.

Terzo passaggio prevede il lancio di un’offerta pubblica di acquisto e l’uscita di Pirelli dal mercato di borsa (in gergo delisting). Non un addio ma un arrivederci, dato che il ritorno a Piazza Affari è previsto di nuovo entro i prossimi quattro anni, una volta ristrutturata l’azienda.

“L’accordo rappresenta una grande opportunità per Pirelli. L’approccio al business e la visione strategica di ChemChina garantiscono lo sviluppo e la stabilità di Pirelli”, ha detto il presidente Marco Tronchetti Provera.

Oltre alle clausole tecniche, il capitolato prevede anche accordi di natura più “politica”. Fra questi, la previsione che -salvo voto contrario che dovrà però trovare concordi il 90% dei votanti in assemblea dei soci- la sede e il centro di ricerca rimarranno in Italia. Il resto potrà invece prendere la via della Cina. A partire dagli utili, per arrivare alle decisioni strategiche: nel nuovo consiglio di amministrazione Pirelli siederanno infatti 16 membri, la metà dei quali nominati dai soci attuali mentre ai cinesi spetteranno gli altri 8, fra cui il presidente che, in caso di consiglio spaccato a metà, potrà esercitare un voto che vale doppio e superare così, d’imperio, eventuali rimostranze da parte italiana.

Filippo Burla

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  1. […] L’operazione Pirelli non è stata la prima e nemmeno sarà l’ultima della sua specie. I casi di Mediobanca, Eni, Cdp Reti (Terna e Snam) sono i più noti, ma Pechino è abile nel diversificare e puntare -spesso in silenzio- verso strategie più di ampio respiro e lungo termine. La Cina ogni anno reinveste almeno all’estero risorse nell’ordine degli oltre 100 miliardi di dollari. L’Italia è la seconda meta europea preferita, la quinta al mondo: nel solo 2014 gli investimenti diretti nel nostro paese sono stati circa 3 miliardi. Di questi, 2.1 per l’acquisto del 35% di Cdp Reti. La disponibilità di queste risorse viene dalle riserve accumulate nel tempo, in larga parte grazie all’apertura commerciale su scala mondiale che ha permesso alle imprese occidentali le pratiche di delocalizzazione produttiva, andando alla ricerca di condizioni di lavoro peggiorative ma utili per abbattere i costi. Una pratica commerciale scorretta, ma che da parte sua è stata consentitva dalla totale assenza di una qualsiasi forma di politica doganale che potesse contrastarla. Così, i miliardi di cui la Cina dispone non sono altro che -in buona parte- risorse trasferite da quella stessa parte di mondo che ora sta finendo nel suo mirino. […]

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