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Roma, 1 nov – La burocrazia è da sempre uno dei principali ostacoli alla crescita delle aziende italiane. “Le imprese – dice Maurizio Gardini, presidente di Confocooperative – sono zavorrate da 31 miliardi di euro di costi della burocrazia. Abbiamo una macchina statale idrovora di risorse che diventa vincolo allo sviluppo invece di essere moltiplicatore di ricchezza. Alti i costi del lavoro, del carico fiscale e dell’energia”. Questo è in sintesi quanto emerge da uno studio realizzato dal Censis (in collaborazione con Confcooperative). In questa ricerca troveremo un elenco completo delle cause endogene che frenano la nostra economia. Vediamo quali sono.
Iniziamo proprio dalla burocrazia. Nel periodo 2007-2012 (ultimi dati resi disponibili dal ministero per la Pubblica amministrazione) gli oneri amministrativi che gravano sulle piccole imprese italiane sono pari a circa 31 miliardi di euro. In Italia si impiegano circa 238 ore per i 14 principali adempimenti fiscali (oltre 6 settimane lavorative), contro le 138 ore della Francia per 9 adempimenti. Inoltre, secondo la Cgia, nel 2019 il numero delle scadenze/adempimenti fiscali è destinato ad aumentare fino a sfiorare quota 100, in particolar modo per le realtà produttive di piccola dimensione che intrattengono scambi commerciali con l’estero (import e/o export).
Passiamo poi al tema dei debiti della Pubblica Amministrazione. La stima sui debiti commerciali della Pa aggiornata al 2017 ammonta a 57 miliardi di euro, di cui 27,6 miliardi in ritardo nel pagamento (rispettivamente il 3,3% e l’1,6% del Pil). A questo va aggiunto che il tempo medio di pagamento concesso dall’impresa al cliente pubblico è pari a 73 giorni mentre il termine effettivo di pagamento è di 104(giorni).
A pesare sui bilanci delle nostre aziende c’è anche il “caro energia”.  Il prezzo lordo per kilowattora è pari a 16,42 centesimi di euro, valore questo che fa dell’Italia la quarta bolletta energetica più salata nella graduatoria dei 28 UE. Ampia differenza fra prezzo lordo e prezzo al netto di imposte e tasse, pari a 7,50 centesimi, quindi quasi la metà se ne va in imposte e tasse.
Anche la Banca Mondiale conferma i dati del Censis. Secondo gli analisti di Washington il “fare impresa” in Italia presenta aspetti critici che condizionano la performance complessiva: su 190 paesi, occupiamo il 112° posto per adempimenti fiscali, il 102° posto nella tutela dei contratti, il 96° posto nelle procedure che condizionano l’ottenimento dei permessi edilizi, il 66° in quelle che vincolano l’avvio di una nuova attività.
Nonostante le criticità che sono state esposte le nostre pmi riescono comunque ad essere competitive.  Il Pil 2017 è arrivato a 1.725 miliardi di euro, dato che fa dell’Italia l’undicesima economia mondiale, il nono paese per volume di esportazioni (450 miliardi di euro). Il Sistema di imprese resta molto dinamico, nonostante il forte impatto dell’ultima crisi: 4 milioni e 390mila unità che danno lavoro a quasi 17 milioni di addetti nel 2017. L’Italia, dunque, può contare su un ceto produttivo che, nonostante la palla al piede della burocrazia, riesce a farsi valere. Per questo la via dello sviluppo passa da una riduzione drastica degli adempimenti (fiscali e non) finalizzata all’innovazione tecnologica.
Salvatore Recupero



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1 commento

  1. Sarò brevissimo…….. Fra questi 31 miliardi rubati da uno stato farlocco alla gente che lavora, ci sguazza la indegna burocrazia nullafacente e parassita che ci perseguita,la casta che si nasconde al caldo dei palazzi italico/romani……..questi esseri indegni senza competenze e preparazione non producono un benemerito cazzo e fra tutti i carrozzoni ignobili che ci dissanguano i peggiori sono quelli che trasudano catto comunismo da ogni poro………altro non aggiungo…….la puzza di letame sale alta.

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