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Matera, 19 giu – Il superprogressista Alessandro Gassmann una volta aveva twittato: “Senza immigrati il Paese si ferma. Senza immigrati, niente pomodori”. Sarebbero sicuramente d’accordo, loro malgrado, gli immigrati costretti a lavorare fino a 14 ore al giorno e pagati 3,50 euro all’ora, vittime di continue minacce e intimidazione: erano queste le condizioni lavorative dei braccianti stagionali, “assunti” dalle 5 aziende agricole sequestrate in seguito all’inchiesta condotta dai carabinieri di Matera. Gli uomini dell’Arma hanno quindi reso esecutivo un decreto di sequestro preventivo nei confronti di quattro imprenditori agricoli: l’accusa è di caporalato (intermediazione illecita e sfruttamento di lavoratori) nel territorio agricolo del litorale jonico-lucano.

Semi-schiavitù

La piaga del caporalato è destinata come ogni estate a balzare agli onori della cronaca: i braccianti venivano “arruolati” attraverso i social network e venivano sottoposti a dei trattamenti al limite dell’inumano. Come riferisce TgCom24, I sequestri preventivi, disposti dal gip di Matera Angela Rosa Nettis, si riferiscono a un’inchiesta che nel gennaio scorso portò a 12 arresti e altre due misure restrittive per lo sfruttamento di lavoratori stranieri (nella maggior parte romeni) impegnati nella raccolta di frutta e verdura nei campi agricoli della fascia jonica metapontina. Le forze dell’ordine hanno sequestrato diversi conti correnti, cinque aziende agricole, terreni, prefabbricati, mezzi e attrezzature aziendali: un valore totale di oltre sette milioni di euro. I braccianti provenivano prevalentemente dalla Romania. Una volta arrivati in Italia gli venivano sottratti i documenti d’identità e i “capetti” li costringevano a lavorare in diversi fondi agricoli privati a Scanzano Jonico e Tursi, in condizioni di semischiavitù. Il tutto per portare primizie sui tavoli dei radical chic immigrazionisti.

Cristina Gauri

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