Roma, 25 ago – Per venticinque giorni Ceuta ha avuto due realtà. Quella materiale, fatta di migliaia di persone ancora presenti nell’enclave, centri sovraffollati, minori da identificare, cadaveri recuperati in mare e apparati statali incapaci di stabilire persino quante persone fossero entrate. E quella raccontata da buona parte dei media italiani, dove la crisi era già finita il primo agosto. Per l’Ansa la situazione era «tornata quasi alla normalità». Fanpage spiegava che «quasi tutti i migranti» erano rientrati in Marocco. La Stampa riferiva che Madrid aveva ormai tutto «sotto controllo» e che Pedro Sánchez poteva andare in vacanza. Il 3 agosto il Fatto Quotidiano emetteva la sentenza definitiva: «Ceuta torna alla normalità. La destra cavalca la strage».
Oggi Pedro Sánchez ha convocato in via straordinaria il Consiglio di sicurezza nazionale. Il governo spagnolo ha annunciato la costituzione di un comando unico e la prossima dichiarazione, mediante decreto reale, di Ceuta come «situazione di interesse per la sicurezza nazionale». Non è tecnicamente uno stato d’emergenza, ma implica il coordinamento fra governo, autorità locali, Dipartimento per la sicurezza nazionale e Centro nazionale d’intelligence. Una mobilitazione piuttosto impegnativa per una crisi che, secondo i titoli italiani, sarebbe terminata tre settimane fa.
Ceuta, dopo 25 giorni Madrid parla di sicurezza nazionale
Su queste pagine lo avevamo scritto già il primo agosto: il famoso dato dei «soli 1.700 rimasti» non derivava da un censimento. Era il risultato di una sottrazione fra due stime provvisorie. Madrid parlava inizialmente di circa 50mila ingressi e di 48.300 successivi rientri in Marocco. Il presidente di Ceuta, Juan Jesús Vivas, stimava però fino a 60mila arrivi. Bastava scegliere il primo numero, sottrarre il secondo e presentare il risultato come una persona contata una per una. Oggi la stima degli ingressi è salita ad almeno 72mila e alcune fonti spagnole parlano di circa 80mila. Reuters calcola che nell’enclave si trovino ancora fra cinquemila e ottomila immigrati. Secondo El País, sarebbero più di cinquemila, compresi circa 2.900 minori ospitati in strutture provvisorie o rimasti nelle strade. Il bilancio accertato ha intanto superato i novanta morti fra il versante spagnolo e quello marocchino. Dunque non soltanto i «1.700 rimasti» non erano mai stati censiti. Quel numero è stato successivamente smentito dall’aggiornamento delle stesse stime sulle quali era stato costruito. La propaganda della rassicurazione aveva preso il dato più favorevole disponibile, lo aveva sottratto da un altro dato incerto e aveva trasformato il risultato in verità definitiva.
Le redazioni italiane totalmente appiattite sui numeri di Sánchez
Il comunicato con cui il governo spagnolo ha annunciato il comando unico contiene una distinzione illuminante. Madrid parla oggi di «tre fasi per una stessa crisi». La prima è consistita nel bloccare il flusso e ripristinare il controllo della frontiera. La seconda nell’assistenza e nei rientri volontari verso il Marocco. La terza, ancora aperta, riguarda i rimpatri di chi non ha diritto a restare, la gestione dei minori e dei richiedenti asilo, la sicurezza urbana, i servizi pubblici e le conseguenze economiche per Ceuta. È esattamente quella distinzione che i media italiani, per correre la cavallina dietro all’hombre vertical, hanno sistematicamente cancellato. Il ripristino dell’ordine alla frontiera è stato presentato come la fine dell’intero avvenimento. La riapertura dei negozi è diventata «normalità». I numerosi rientri volontari sono diventati «rimpatri». Una prima stima governativa si è trasformata nella prova che quasi nessuno fosse rimasto nell’enclave. Oggi è lo stesso governo spagnolo a riconoscere che l’interruzione degli ingressi rappresentava soltanto la prima fase di una crisi tuttora in corso. Il delegato di Madrid a Ceuta ha ammesso che la città è ancora «ben lontana dalla normalità». Evidentemente la normalità era tornata soltanto nelle redazioni italiane: le cifre provenienti dal governo spagnolo sono state accolte con una credulità che raramente viene concessa a governi politicamente meno graditi.
Ceuta non è diventata un problema adesso
Ceuta non rappresenta soltanto una crisi migratoria. Decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore una frontiera esterna dell’Unione europea dopo l’allentamento dei controlli sul versante marocchino. I primi rapporti dell’intelligence spagnola indicano che Rabat, anche qualora non avesse organizzato direttamente l’operazione, avrebbe permesso che avvenisse. È la dimostrazione di come i flussi migratori possano essere utilizzati come strumento di pressione politica contro uno Stato europeo. Ed è proprio questo significato strategico che la rassicurazione mediatica serviva a rimuovere. La crisi doveva essere ridotta a un incidente rapidamente risolto perché riconoscerne la natura avrebbe imposto di discutere di confini, sovranità, ricatto migratorio e capacità degli Stati di proteggere il proprio territorio.
Dopo venticinque giorni Sánchez riunisce il Consiglio di sicurezza nazionale, istituisce un comando unico e prepara un decreto speciale. Ma la crisi non è diventata grave dopo 25 giorni. Era già grave quando giornali, commentatori e dirigenti del Pd spiegavano che era tutto sotto controllo.
Sergio Filacchioni