Roma, 23 lug –abbiamo già ampiamente documentato qui sul Primato Nazionale le incongruenze tra la narrazione fornita da Proactiva Open Arms e i fatti che sono realmente successi il 17 luglio a circa 80 miglia nautiche dalle coste libiche. Incongruenze poi confermate dal video della giornalista tedesca Nadja Kriewald di N-tv (del gruppo Rtl) che il 16 luglio era a bordo della motovedetta “incriminata” della Guardia Costiera libica. Proprio in seguito alla diffusione del video della Kriewald, Proactiva Open Arms ha ritrattato dicendo che la donna sopravvissuta, Josefa, e i due corpi ormai senza vita sono stati lasciati alla deriva dalla Guardia Costiera libica durante un salvataggio precedente. Peccato che l’operazione precedente di soccorso sia stata fatta il 12 luglio. Per rimediare alla goffa narrazione della Ong spagnola, Francesca Paci de La Stampa (ovviamente del Gruppo De Benedetti) è riuscita a intervistare un sedicente colonnello della Guardia Costiera libica, Tofag Scare, che ha ammesso l’abbandono di Josefa e dei due corpi sul gommone alla deriva. Peccato che il portavoce della Marina libica abbia smentito l’esistenza del suddetto. Chi ha intervistato quindi la Paci? Potrebbe fornire le registrazioni dell’intervista per svelare l’arcano? (Ho chiesto conto più volte alla giornalista de La Stampa senza però ottenere risposta).
Veniamo dunque a sabato 21, quando Open Arms arriva a Palma di Maiorca, dopo aver curiosamente rifiutato lo sbarco in Italia. I media mainstream hanno divulgato massivamente immagini e video dell’approdo con annesse tutte le fasi del trasporto in ospedale di Josefa, rimasta aggrappata al relitto del gommone per 48 ore e quindi gravemente ipotermica. Alla sottoscritta è caduto l’occhio su un particolare singolare del servizio di TgCom24 (minuto 1:20): la migrante salvata ha le unghie smaltate di rosso in maniera perfetta.
Pubblico sui social network un post in cui mi interrogo sulla questione che non è certo irrilevante: quando, esattamente, è stato applicato lo smalto a Josefa?
Successive valutazioni delle immagini del “salvataggio” in zona Sar libica confermano che lo smalto le è stato messo sulla nave di Open Arms, forse da qualche volontario, in barba a qualsiasi protocollo medico riguardante i casi di ipotermia. Da questa considerazione nascono altri miei interrogativi che farebbero propendere per una diversa permanenza in acqua della donna. Come riportato anche da un recente articolo de Il Sole 24 Ore, «d’inverno il naufrago nel Mediterraneo può resistere da pochi minuti fino a quasi un’ora; nell’estate più piena si può resistere anche una giornata. Nel mare profondo della Libia in prima estate la temperatura ancora fresca consente una sopravvivenza di pochissime ore». Pertanto, è altamente improbabile, se non addirittura impossibile, che Josefa abbia potuto sopravvivere ben 48 ore in balia del mare. Altri particolari non quadrano: la donna non presenta, in viso e sulle braccia, le classiche scottature solari causate dal fortissimo riverbero solare di luglio (la pelle nera, a differenza di quanto si crede, è più delicata di quella chiara e sviluppa facilmente cheloidi). E ancora più evidente è la mancanza di pelle raggrinzita e grigiastra sulle mani pochi minuti dopo il salvataggio di Open Arms, e neppure le labbra appaiono disidratate dopo così tante ore senza poter bere.

La foto è stata scattata a bordo della nave della Ong, immediatamente dopo il trasbordo di Josefa con ancora indosso la maglia blu bagnata

Pubblico quindi un post sui social network con le mie considerazioni.
A quel punto schiere di troll/bot si avventano sulla sottoscritta come mai successo finora con insulti e minacce di ogni genere. Pure nomi noti del Partito Democratico e personaggi ad esso vicini non si fanno problemi a “seminare odio” nei commenti al mio post. Ma c’è qualcuno che si spinge oltre: il Globalist, che mi riserva ben due articoli zeppi di ingiurie in un solo pomeriggio, riprendendo solo squarci delle mie considerazioni, oltre a congetture infamanti. Nel primo articolo il Globalist scrive: «L’ultima bufala diffusa dai fascisti e razzisti d’Italia è che Josefa, che ha trascorso 48 ore aggrappata a una tavola di legno dopo il naufragio del barcone su cui viaggiava, è che non è vero nulla: altro che migrante, Josefa è un’attrice al soldo delle Ong per screditare il Ministro Salvini. La prova incontrovertibile? In alcune foto si vede Josefa con lo smalto per unghie». E prosegue: «I complottari razzisti devono decisamente impegnarsi di più. Anche se, come si vede dai tweet, basta anche questa notizia clamorosamente falsa per farli crogiolare nella loro coscienza marcia». Ovviamente il tutto è stato condito da screenshot con nome, immagine e nickname (e quello dei miei follower) in bella vista, in barba ad ogni etica professionale. Strategia della «esposizione al pubblico ludibrio» degna del miglior censore.
Nel secondo articolo, intitolato Cari razzisti, il vostro odio cieco vi rende più ridicoli che schifosi e firmato da Giuseppe Cassarà (che su Twitter afferma: «principalmente scrivo di solito recensioni, cinema e TV» con t-shirt di Star Wars d’ordinanza), dopo una sequela di interpretazioni tutte sue da cui io mi dissocio fermamente (non ho mai affermato che Josefa fosse un’attrice, che il bambino morto fosse un bambolotto, e che l’altra donna morta fosse un manichino), l’autore conclude: «Ma a questa gente, questi mostri, la realtà va sbattuta in faccia, con violenza, come fu con i tedeschi e i lager, con i corpi ammonticchiati di centinaia di ebrei. In effetti, è comprensibile: un orrore così grande è impossibile da immaginare, e viene molto, molto più semplice negare la realtà, convincersi che sia tutto finto, che ci sia un piano diabolico dietro per farci sentire in colpa, noi poveri italiani che non arriviamo a fine mese». Imbarazzante l’ultima frase nella quale banalizza i cinque milioni di poveri assoluti in Italia. Se questi sono i rappresentanti degli «umanitari», francamente preferisco essere annoverata tra i «beceri populisti».
Comunque qualcosa in questa tormentata domenica estiva si è mosso: Proactiva Open Arms, che aveva annunciato in lungo e in largo una denuncia contro l’Italia per omissione di soccorso e omicidio colposo appena arrivata in terra spagnola, si è rimangiata tutto con un secco comunicato pubblicato nel tardo pomeriggio.
Probabilmente la Ong spagnola ha letto la nota del Viminale, diramata in seguito alle sue minacce di denuncia: «Non meritano risposta le Ong che insinuano, scappano, minacciano denunce ma non svelano con trasparenza finanziatori e attività. La denuncia di Josefa? Qualcuno strumentalizza una vittima per fini politici. Noi denunceremo chi, con bugie e falsità, mette in dubbio l’immensa opera di salvataggio e accoglienza svolta dall’Italia». Insomma, «la pacchia è finita» e gli «umanitari», coinvolti a vario titolo nel business dell’accoglienza, stanno letteralmente sbroccando.
Francesca Totolo

9 Commenti

  1. Ignobili traditori comunistoidi , invertebrati , luridi parassiti e xenofobi contro la razza bianca etero europea……..non ve ne frega un cazzo dei negroidi , adorate solo i soldi del delinquente soros e della sua corte di lacchè…….quanto alle vostre stronzate sono penose ed indegne…….vergogna.

  2. bravissima Francesca Totolo !
    se posso permettermi,suggerirei alla valente Giornalista un supplemento d’inchiesta chiedendo a chi si occupa militarmente di SAR o agli INC di Marina (Comsubin) anche in congedo:
    1) se è davvero così facile in mare aperto con moto ondoso “a piattaforma” pensare di individuare relitti e persone senza ausili elettronici (inutili in assenza di materiale metallico,nonchè modesta massa del “relitto” e delle Vittime) galleggianti a pelo d’acqua;
    2) “scomparsa” dopo appena 5 km di distanza della visione degli oggetti dietro la linea di orizzonte a causa della curvatura della superficie terrestre;questo significa poter controllare a vista uno spazio davvero limitato di area marina….senza dimenticare poi le velocità assai ridotte dei natanti in mare: quindi per “guadagnare” spazio visivo occorrono delle ore di navigazione in più.
    3) i dati di sopravvivenza in mare riportati dal Sole 24h forse si possono riferire forse ad giovane atleta addestrato al nuoto ed al galleggiamento in perfette condizioni fisiche,non certo ad una signora africana sovrappeso di 40 anni che – facendo fede alla vulgata sulle durissime condizioni di vita nelle carceri libiche – si presume partita già fortemente indebolita o debilitata; in ogni caso anche il primo atleta 48 ore in mare senza bere nè dormire ben difficilmente le supererebbe senza collassare.
    in ogni caso,ogni singolo giorno viene cadenzato da “stranezze” che rendono sempre meno credibile il racconto della ONG già “fumoso” di suo in partenza,a cominciare dal filmato da loro diffuso con tanto di misteriosa dissolvenza incrociata solo al termine della quale sembra apparire la povera piccola Vittima.

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