Roma, 11 mag — Spunta all’orizzonte l’ennesimo monumentale mal di stomaco per i liberal: secondo il miliardario Elon Musk, attualmente in fase di acquisizione di Twitter, bandire Donald Trump da Twitter è stato un grave errore. I ban permanenti dalla piattaforma dovrebbero essere «estremamente rari».

Musk: toglierò il ban al profilo di Donal Trump

Si è così espresso ad un evento organizzato dal Financial Times l’amministratore delegato di SpaceX e Tesla, annunciando che il bando verrà revocato quando la sua operazione per acquistare Twitter andrà in porto. «Twitter non dovrebbe imporre divieti permanenti», ha specificato. I singoli post «potrebbero essere nascosti e le persone potrebbero essere sospese solo temporaneamente se dicono qualcosa che è illegale oppure distruttivo per il mondo». Per Musk oscurare il profilo del tycoon è stato «moralmente sbagliato e completamente stupido». Infine, «Twitter ha bisogno di una gestione più equilibrata. È troppo spostata a sinistra, troppo influenzata dall’élite di San Francisco»

Trump ha già fatto sapere di non voler tornare sul social che fu amministrato da Jack Dorsey, ma in pochi ci credono. Primo, perché la nuova piattaforma alternativa da lui creata ha poco seguito ed è costantemente rallentata da problemi tecnici; in seconda istanza, con le elezioni di midterm alle porte e la quasi certa candidatura alle presidenziali per il 2024, Trump avrà bisogno di un mezzo più pervasivo, rivolto non solo ai suoi sostenitori: e l’oscurato account Twitter da 80 milioni di follower non è facilmente rimpiazzabile.

L’espulsione di Trump da Twitter

Twitter aveva sospende definitivamente l’account dell’ex presidente degli Stati Uniti uscente Donald Trump «a causa del rischio di incitamento alla violenza» vista la situazione di forte tensione sociale e politica in seguito all’occupazione di Capitol Hill da parte dei supportr repubblicani. Il colosso social guidato da Jack Dorsey aveva chiuso con questa clamorosa, storica decisione la querelle con il tycoon che si era protratta lungo tutto il 2020. In particolare due tweet si collocavano lll’origine della decisione di silenziare per sempre il tycoon: «I 75 milioni di Patrioti americani che hanno votato per me… avranno una voce da gigante nel futuro. Nessuno mancherà loro di rispetto, né saranno trattati ingiustamente in alcun modo, misura o forma», e «Per tutti coloro che me lo hanno chiesto: non andrò all’Inaugurazione del 20 gennaio».

Secondo i gestori della piattaforma, le dichiarazioni del Presidente andavano interpretate come «un incitamento a commettere atti violenti». Inoltre, annunciando la sua assenza all’«Inaugurazione» della presidenza di Joe Biden, Trump avrebbe dato ai suoi follower «un’ulteriore conferma» che a suo parere «le elezioni non erano state legittime».

Il finto mea culpa di Dorsey

All’indomani del ban l’allora amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey riconobbe — a mezzo di un’incredibile supercazzola — che la mossa censoria si era rivelata «un fallimento da parte nostra nel promuovere un discorso sano» e che l’avere preso questa decisione «frammenta il discorso pubblico». «Ci dividono, limitano il potenziale per chiarirsi, riscattarsi, per imparare. E costituiscono un precedente che ritengo pericoloso: il potere che un individuo o un’azienda ha su una parte del discorso pubblico globale». Potere che Dorsey non si era fatto alcuno scrupolo di usare, mettendo il bavaglio all’uomo più potente del mondo, che sebbene avesse perso le elezioni (i cui spogli elettorali, va detto, erano avvenuti in circostanze assai nebulose) si era guadagnato i voti di metà dei votanti americani. Potere che, di fatto, è stato esercitato congiuntamente da tutti i colossi del Big Tech per spegnere l’allora voce in controcanto del dibattito politico mondiale.

Cristina Gauri

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta