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Roma, 13 gen – Può una cintura di castità essere hackerata? Siamo nel 2021, quindi la risposta è scontata. E’ successo a un modello di cintura di castità maschile, chiamato Cellmate (compagno di cella) e utilizzato diffusamente dalla comunità Bdsm come giocattolo sessuale. Sostanzialmente la cintura forma una gabbia intorno all’organo sessuale maschile e l’apertura del dispositivo è controllabile da terzi attraverso una applicazione.



La cintura di castità presa in ostaggio dall’hacker

Ebbene, il comando da remoto è stato «preso in ostaggio» da un pirata informatico che ha chiesto un riscatto per liberare tutti i malcapitati rimasti prigionieri del congegno. «Your cock is mine», il tuo c***o è mio, questo il messaggio mandato dall’hacker a ogni singolo utente che in quel momento si trovava prigioniero della cintura di castità. Assieme alla simpatica frase, il pirata chiedeva gli venisse versato l’equivalente di 750 dollari in bitcoin in cambio della libertà del proprio sfortunato organo maschile.

«Avevo perso il controllo del dispositivo che non potevo più sbloccare, ho ricevuto un messaggio dall’hacker che diceva di avere lui il controllo e mi diceva di volere dei soldi per liberarmi», ha dichiarato un utente della cintura intervistato dalla rivista di informatica Motherboard. Ricercatori specializzati nella sicurezza internet hanno confermato l’intrusione. Il sistema aveva lasciato sguarnita una Api (Application programming interface, in pratica il varco di accesso attraverso cui un dispositivo si collega ad internet) e i cyber pirati se ne sono subito approfittati. Un secco no comment dall’azienda produttrice della cintura, che ha sede in Cina. 

La sicurezza nell’era dell’internet of things

«Qualsiasi dispositivo o azienda è destinata ad incontrare qualche problema di vulnerabilità nel corso della sua vita, è quindi importante che ogni aziende sia in grado di ricorrere velocemente a procedure di emergenza e contattare società che si occupano di sicurezza», ha spiegato l’esperto di cybersicurezza Alex Lomas dopo avere esaminato l’oggetto hackerato. L’episodio, di per sé divertente – se non si era tra gli sventurati rimasti imprigionati dalla morsa di Cellmate, ovviamente – pone il problema della sicurezza informatica riguardo all’internet of things, l’estensione sempre più pervasiva di internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti e al loro controllo. Con il moltiplicarsi degli oggetti collegati ad internet aumentano esponenzialmente i rischi di attacchi. Forse, come in questo caso, era meglio utilizzare la cara vecchia chiave. 

Cristina Gauri



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