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Il campo largo? Nemmeno a tavola: il menù del Pd non è abbastanza green

by Marco Battistini
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Roma, 9 set – Ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio. E potrebbe essere capitato a qualcuno dei nostri lettori di essersi fermato a cena a una qualunque Festa dell’Unità organizzata dalPartito Democratico in giro per l’Italia. Siamo di larghe vedute e non giudicheremo nessuno (forse). Certo sarebbe meglio non finanziare il nemico politico ma capiamo che il menù medio offerto dal Pd non sia poi così male: salumi vari ed eventuali, ragù di ogni tipo, cotolette, tagliate, grigliate. Dal pesce alle proposte veg – va detto – ce n’è per tutti i gusti: ma è proprio qui che, prima di ogni programma, il campo largo si spacca (senza nemmeno ordinare da mangiare).

La protesta di Aria

Siamo a Modena, dove in questo fine settimana va concludendosi il locale evento della sinistra moderata. I tipi di Aria (Associazione in Rete per l’Inclusione e l’Ambiente) però a quanto pare non hanno gradito la proposta culinaria. Sollevando così la polemica sui social: «Nei menù della Festa dell’Unità le alternative completamente vegetali sono ancora pochissime e spesso limitate ai contorni. Una proposta poco coerente con l’urgenza di tutelare salute, ambiente e qualità dell’aria, soprattutto in un territorio fortemente segnato  dall’impatto degli allevamenti intensivi». 

Troppa carne, insomma. Con buona pace degli anziani avventori delle feste dem, gente che magari coltiva pure la contestatissima passione per la caccia, sicuramente ancora legata alle vecchie tradizioni alimentari. Siamo di fronte al solito cortocircuito della sinistra: c’è un sistema che deve continuare ad autoalimentarsi (leggere alla voce fare cassa), una base comodamente seduta sul divano dello status-quo e una minoranza rumorosa che detta legge, rompendo le uova nel paniere – nel caso specifico un argomento anche condivisibile, che potrebbe comunque essere oggetto di vivo confronto, ma posto in tempi e modi totalmente sbagliati.

Salsicce e pastasciutte

Che siano verdi, gialli, rossi o fucsia discutono sempre del sesso degli angeli – pardon del menù. Senza riavvolgere troppo il nastro era già successo ad esempio nel 2025 a Strasburgo, dove gli europarlamentari del Pd non sono riusciti a mettersi d’accordo su cosa avesse o meno il diritto di chiamarsi salsiccia (tra alimenti di origine animale e prodotti alternativi vegetali).

Più recentemente la scrittrice vegetariana Anna Dalton ha criticato addirittura l’appuntamento della pastasciutta antifascista. Ma non perché, come la logica porterebbe a pensare sia un qualcosa, fuori tempo massimo. Secondo l’autrice si può essere davvero femministi, antirazzisti o ambientalisti solamente se non si mangia carne: «Credo che sia abbastanza ipocrita preoccuparsi dei diritti di alcuni e non di altri. I diritti devono valere per tutti, soprattutto per chi non si può difendere da solo. Io trovo ad esempio abbastanza assurdo partecipare alle “pastasciutte antifasciste” in ricordo dei Fratelli Cervi e trovare solo condimenti di carne».

Campo instabilmente largo

Ma al di là delle facili ironie sulla questione c’è un particolare che vale la pena sottolineare. Correva l’anno 2017 quando alla Festa dell’Unità di Bologna AssoVegan esordiva – «Siamo entrati nella tana del lupo» – con ristorante, gelateria e birreria vegani. Nel giro di un decennio, in un campo che sicuramente non corre alla velocità del virtuale o dell’elettronico, si è passati dall’ampliare la proposta, dal presentare una novità – il menù a base vegetale – al chiedersi il perché in una festa della sinistra dovrebbe esserci così tanta carne. Facile prevedere il prossimo passo, la prossima richiesta.

È una sfumatura, ma fa capire bene come si ragiona da quelle parti: a sinistra l’oltranzismo non fa prigionieri nemmeno tra i propri compagni. Figuriamoci con tutti gli altri.

Marco Battistini

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