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Roma, 9 apr – In attesa che si apra il secondo giro di consultazioni, l’impasse politica permane, con Salvini e Di Maio arroccati sulle proprie posizioni – sebbene il leader della Lega di tanto in tanto appaia più possibilista del leader dei 5 Stelle. Sì, perché Salvini potrebbe anche fare un passo indietro, se il governo di coalizione fosse a guida centrodestra, purché una eventuale figura “terza” vada bene a tutti e tenga presente i punti cruciali del programma ribadito ieri al vertice di Arcore. Di Maio, al contrario, resta sulla linea intransigente: vuole essere premier a tutti i costi, pronto anche a pagare il prezzo di tradire la base elettorale per andare a governare insieme con il Partito democratico.
Mentre dall’alto del Colle Mattarella osserva e prende atto, è proprio il Pd a fare la differenza. Per adesso, ancora “sotto botta” post-elezioni, i dem sono per il no all’inciucio, e si dicono pronti a stare serenamente all’opposizione.
Ma è pur vero che c’è tutto un apparato di potere della sinistra – traghettato nel Pd – che preferirebbe l’abbraccio forse letale con i pentastellati piuttosto che perdere definitivamente la serie di poltrone (magistratura, Cdp, banche, Rai) che ha accumulato in questi anni. In effetti va detto che ormai sono almeno due decenni che la sinistra rastrella e gestisce potere – anche grazie ai “transfughi” dal centrodestra in Aula e a Palazzo Chigi – per poi essere sconfessata dal voto popolare, a quel punto l’emanazione politica di questi poteri si trasforma (dai Ds al Pd, per esempio), racimola nuovi voti e riprende potere. Il fil rouge che lega Renzi al nemico giurato D’Alema potrebbe non spezzarsi neanche questa volta.
Tra gli scenari possibili, vista la contrapposizione tra 5 Stelle e centrodestra, v’è proprio un governo Di Maio-sinistre, ossia Pd (renziani compresi) più appoggio esterno di LeU, che da sempre parla di convergenza su alcuni punti del programma pentastellato. Un mix simile non rispetterebbe di certo l’esito elettorale (a vincere in termini percentuali è stata la coalizione di centrodestra) ma garantirebbe a Mattarella, alla Ue e ai mercati quella governabilità e quella stabilità dai cui non si può prescindere.
Il punto è proprio questo: il Quirinale vuole un governo che governi, purché in qualche modo tenga conto della “novità” emersa dalle urne (insomma basta che dentro ci sia un po’ di 5 Stelle). Perché al voto non si torna per nessuna ragione, né Mattarella si accontenterebbe di un esecutivo di scopo, che duri il tempo di una (ennesima) legge elettorale.
A scandire le prossime tappe ci sono poi alcune date-chiave: il 21 si terrà l’assemblea del Pd, ultima chiamata per decidere se restare fuori dal governo; il 29 poi si voterà in Friuli Venezia Giulia e in Molise – la Lega se resta con Berlusconi potrebbe prendere un’altra regione del Nord e i 5 Stelle potrebbero prendere la loro prima regione, se nel frattempo non avranno troppo deluso la base elettorale; a giugno infine si terrà il Consiglio europeo e Mattarella farà di tutto per mandarci un Italia con un governo di tutto rispetto.
Adolfo Spezzaferro

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