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Roma, 30 gen – Dopo l’ultima, durissima batosta elettorale (sotto il 5% in Emilia-Romagna e 6% in Calabria), per il Movimento 5 Stelle è crisi irreversibile. Tanto che gli Stati generali del 15 marzo slittano a data da destinarsi. Il M5S è nel caos, senza un vero vertice e spaccato sulla futura collocazione politica. Accettare la proposta del Pd di una alleanza anti-Salvini alle regionali di primavera o restare un (mini) polo alternativo nella nuova bipolarizzazione centrosinistra a trazione dem e destra-centro sovranista. Durante l’assemblea plenaria dei gruppi pentastellati di martedì sera lo scontro si è consumato proprio su queste due opposte visioni.

Crimi: “Ai cittadini non interessa dove ci collochiamo, ma se abbassiamo le tasse”

Paolo Lattanzio, per esempio, parla di “strategia dello struzzo” da parte dei vertici, compreso il neo capo politico Vito Crimi. “Non è cambiato nulla – si sfoga il deputato M5S – non mi sembra ci sia reale voglia di analizzare errori, approfondire, dialogare”. All’attacco anche Giorgio Trizzino e Carla Ruocco scontenti della gestione della comunicazione. Entrambi hanno chiesto anche di rendere l’assemblea un luogo “decisionale”, con voto. L’ex ministro Danilo Toninelli, responsabile delle campagne elettorali, invece se la prende con chi “spiffera” le notizie ai giornali. Dal canto suo, Crimi ribadisce quella che molti ritengono essere anche la posizione dell’ex capo politico Luigi Di Maio: “Ai cittadini non interessa in quale campo ci collochiamo, ma se abbassiamo le tasse“.

Le proposte sul nuovo assetto

Tutto rimandato agli Stati generali (ufficialmente rinviati a dopo il 29 marzo a causa del referendum sul taglio dei parlamentari). Intanto però circolano le prime proposte sul futuro assetto del M5S. Stefano Buffagni, per esempio, è per la creazione di un “Politburo” con lo schema “6+1”. Un “ufficio politico” che comprenda la figura di un “segretario generale” o presidente. D’accordo con lui, tra gli altri, anche Giancarlo Cancelleri. Manlio Di Stefano, fedelissimo di Di Maio, invece propone una sorta di “consiglio (con regole ad hoc) a sostegno di un capo politico (a tempo pieno)“.

La corsa alla leadership: Dibba o un capo donna?

Occhi puntati su Alessandro Di Battista, il “globetrotter duro e puro”: non è ancora chiaro se correrà per la leadership (secondo Gianluigi Paragone, espulso di fresco, solo Dibba può salvare i 5 Stelle, facendo cadere il governo). Intanto prendono piede le voci su una candidatura di Paola Taverna, così come tiene ancora banco la possibilità di una discesa in campo del sindaco di Torino Chiara Appendino. Un confronto tra donne non è escluso secondo il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, il quale si dice sicuro che in ogni caso Di Maio non si ricandiderà come capo politico.

La gatta da pelare delle candidature alle regionali

Come se non bastasse il terrore diffuso di possibili nuovi addii ai gruppi – mentre si attendono a breve le sanzioni disciplinari per i morosi, di certo non un incentivo a restare – c’è la gatta da pelare delle regionali. Da oggi su Rousseau sono aperte le candidature per i consiglieri in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, e Veneto. Sul Blog delle Stelle viene precisato che “la fase tecnica di acquisizione delle disponibilità degli iscritti a candidarsi come consiglieri regionali rimane in ogni caso collegata ad ogni eventuale decisione politica assunta per i singoli territori regionali”.

M5S pronto a calarsi le braghe per restare sulla poltrona?

A tal proposito, diversi eletti in assemblea hanno chiesto di riaprire il tavolo del confronto con le altre forze della maggioranza giallofucsia per poter ragionare su una candidatura comune. Richiesta che scatena non pochi mal di pancia (anche in virtù del travaso di voti verso il Pd registrato in Emilia-Romagna). Su una cosa sembrano tutti d’accordo: la poltrona non si molla. Maggioranza in Parlamento e minoranza risibile nel Paese, i 5 Stelle sembrerebbero disposti a cedere su tutte le loro battaglie – dalla prescrizione alla revoca delle concessioni ad Autostrade – pur di restare al governo con il Pd, che dopo il successo alle regionali detta giustamente legge.

Adolfo Spezzaferro

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