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Roma, 24 set – Non si placa il pressing del vicepremier Luigi Di Maio sul ministro dell’Economia Giovanni Tria mentre si apre la settimana decisiva per la manovra. Pensioni e reddito di cittadinanza, “esclusi gli stranieri, facendo deficit”, e pace fiscale per le “persone in difficoltà. Il condono fino a un milione di euro per noi è inaccettabile. I furbi non vanno premiati, e infatti a fine settembre nel decreto fiscale verrà previsto il carcere per chi evade“. Questi i punti chiave della manovra per il capo politico del M5S, intervistato dal Fatto Quotidiano. Di Maio poi ribadisce la fiducia al ministro Tria, ma – precisa – “nelle viscere dello Stato ci sono dirigenti che ci remano contro“.
Oggi si riunisce il Consiglio dei ministri e non è escluso che a margine il premier Giuseppe Conte discuta con Di Maio, Tria e il vicepremier Matteo Salvini della Nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza, che il governo deve approvare entro giovedì. Il Def conterrà le nuove stime di crescita del Pil (corrette al ribasso) e gli obiettivi di deficit e debito, ed è il passaggio chiave per presentare la legge di Bilancio 2019, che sarà varata entro metà ottobre e che dovrebbe aggirarsi sui 25-30 miliardi. Tria non vuole mollare e intende mantenere il deficit intorno all’1,6%. Ma – conti alla mano – senza sforare non si troveranno i soldi per le misure di Lega e 5 Stelle, che sono in pressing costante sul titolare del Mef per portare a casa le rispettive promesse elettorali: flat tax (per adesso accantonata, a quanto pare), riforma delle pensioni e pace fiscale il Carroccio, reddito e pensioni di cittadinanza il M5S. Per l’appunto, la Nota di aggiornamento del Def dovrà indicare anche che cosa il governo intende fare per attuare le misure nel contratto sottoscritto da 5 Stelle e Lega. Oltre alle tensioni sulle coperture finanziarie che non si trovano, a incidere negativamente nel rapporto tra alleati di governo e il tecnico Tria è che il titolare del Mef non ha ancora assegnato le deleghe ai sottosegretari né nominato, come previsto, i due viceministri, uno per i 5 Stelle, Laura Castelli e uno per la Lega, Massimo Garavaglia.
Intanto spuntano le penalizzazioni sulle pensioni: taglio dell’1-1,5% per ogni anno di anticipo rispetto a 67 anni. La riforma delle pensioni per consentire l’uscita anticipata dal lavoro rispetto ai requisiti 2019 (67 anni d’età con 20 anni di contributi oppure 43 anni e 3 mesi di contributi indipendentemente dall’età, un anno in meno per le donne) sarà attuata con la formula di quota 100. Per andare in pensione basterà che la somma fra età e contributi faccia appunto 100, ma con alcuni limiti: l’età minima dovrà essere di 62 anni mentre gli anni di contributi non meno di 36 (o 37). In altri termini quota 100 si articolerebbe su tre combinazioni: 62+38; 63+37; 64+36. Se quindi si volesse andare a 65 anni, servirebbero sempre 36 anni di versamenti all’Inps. La riforma consentirebbe a una platea potenziale di 433 mila lavoratori di andare in pensione nel 2019, per un costo di 8,6 miliardi.
Salvini in merito è tornato all’attacco della legge Fornero: “Mandare in pensione la gente a 70 anni è sbagliato. La sua legge è stata profondamente sbagliata perché ha rovinato milioni di italiani di 60 anni, di 70 anni di 20 anni. Quindi io la devo cancellare“. E’ proprio sulla riforma delle pensioni, spiega il vicepremier, che “ci sarà l’impegno più pesante, di 6-7 miliardi”.
La coperta è corta, come si suol dire. E sulle coperture finanziarie lo scontro tra Lega e 5 Stelle potrebbe portare a una crisi di governo, anche perché le politiche economiche dei due alleati sono inconciliabili tra loro. In mezzo c’è Tria, il quale – forte del sostegno del Quirinale – potrebbe reagire al pressing presentando le dimissioni. A quel punto Sergio Mattarella varerebbe un esecutivo del Presidente impedendo elezioni anticipate.
Pertanto la partita è tutta da giocare, né Salvini né Di Maio vogliono far cadere il governo. Ma la manovra incombe e il tempo stringe.
Adolfo Spezzaferro

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