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Roma, 28 dic – La manovra del governo gialloverde oggi approda alla Camera dopo un breve ma burrascoso passaggio in commissione Bilancio. Ieri, infatti, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in audizione per spiegare i provvedimenti cardine della legge di Bilancio, è stato attaccato dalle opposizioni. E si è consumata una lunga polemica con i membri del Pd della commissione su quanto lasciato dai governi precedenti. E dall’ex ministro Padoan, in particolare.
Mi avete massacrato per un’ora“, ha detto il ministro, perdendo la pazienza. Quindi sono partite le proteste da diversi componenti della commissione. “Massacrato a chi? – è stata la replica del Pd – il governo è ospite del Parlamento“.
Tria ha difeso la “sua” manovra. “Abbiamo raggiunto il miglior risultato possibile sia dal punto di vista economico-finanziario che politico – ha assicurato – un risultato che conferma gli obiettivi fondamentali di riforma del governo e li conduce dentro un livello di indebitamento netto più contenuto di quello preventivato – ha continuato – ciò ci consentirà di ricondurre lo spread verso livelli più vicini ai fondamentali dell’Italia e soprattutto di ridare fiducia ai consumatori, agli investitori e ai mercati”.
Poi ha illustrato le due misure-bandiera della legge: il reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5S, e quota 100 per superare la legge Fornero sulle pensioni, cavallo di battaglia della Lega.
Ebbene, il primo partirà dal primo aprile 2019 ha una dotazione che per il 2019 ammonta a 7,1 miliardi di euro. Tutti i dettagli saranno definiti con un decreto che verrà emanato a metà gennaio (salvo imprevisti). Tuttavia, ci tiene ad assicurare Tria, resterà “inalterata la platea dei potenziali beneficiari e l’entità massima del sostegno erogato”. Anche per quota 100 conferma l’impianto e l’impatto della riforma: si potrà andare in pensione con 62 anni e 38 di contributi senza alcuna riduzione dell’assegno pensionistico. Tutti i dettagli verranno stabiliti con un apposito collegato alla manovra. E anche in questo caso arriverà a inizio del prossimo anno.
La polemica è scoppiata quando il titolare del Mef ha affrontato lo spinoso tema delle clausole di salvaguardia. Il ministro ha assicurato di averle portate per il 2020 a circa 23 miliardi e per il 2021 a poco meno di 28,8 miliardi e confida di poter intervenire per gli anni prossimi, “sperando in una maggiore crescita e sulla capacità di reperire maggior coperture come fatto quest’anno con molta fatica”. “Si lavorerà fin da gennaio per fare quello che abbiamo fatto quest’anno: abbiamo eliminato 12,4 miliardi di clausole di salvaguardia”, ha assicurato. Poi, però, il titolare del Tesoro ha ammesso: “La situazione non è facile, dovremo lavorare a lungo, bisognerà fare un grosso lavoro su questo, dovremo partire subito e non è che non ci preoccupi”.
Al che è nato un botta e risposta con l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. “Il famoso sentiero stretto di cui si parlava in passato è chiaro che c’è anche adesso ma il sentiero stretto non ha portato a niente perchè il problema sta lì”, è l’accusa lanciata da Tria in risposta alle critiche che gli vengono mosse dal Pd. “È chiaro che la situazione non è semplice e non ce l’avete lasciata semplice ma non è solo colpa vostra. Anche per le regole fiscali europee che dovremo cambiare e per l’eredità dell’onere del debito che avevamo prima e abbiamo adesso“.
Insomma, il succo è che è colpa di Padoan se il governo gialloverde deve ricorrrere alle clausole di salvaguardia.
Infine, Tria ha difesa a spada tratta anche la Caporetto sul fronte Ue, ossia la manovra “riveduta e corretta” in ossequio ai diktat di Bruxelles sul deficit. L’accordo con la Commissione Ue – è la tesi del ministro – permette di avere uno “spread più vicino ai fondamentali dell’Italia, di pagare meno interessi e di ridare fiducia a consumatori e investitori“.
Mentre l’avvio della procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo “sarebbe stato disastroso”, ha affermato Tria.
Sul fronte degli investimenti, il ministro ha assicurato che “la priorità è dare sviluppo a quelli pubblici” perché “da troppi anni l’Italia necessita di un piano di grandi, medie e piccole opere”. In questo quadro, aggiunge, “istituiamo un fondo per gli investimenti delle amministrazioni centrali” le cui risorse “restano invariate nel prossimo triennio”, con una somma pari a 15 miliardi. “Si è ridotto il contributo dello Stato di due miliardi solo perché parte dell’intervento sarà finanziato da fondi europei già disponibili”, ha spiegato.
Domani la manovra sarà votata alla Camera. Archiviata la questione legge di Bilancio, la palla passerà ai due vicepremier, il leader della Lega Matteo Salvini e il capo politico del M5S Luigi Di Maio, che devono ancora trovare la quadra sulle misure-bandiera (quota 100 e reddito di cittadinanza) promesse ai rispettivi elettorati di riferimento. Il tutto tenendo in piedi la maggioranza di governo (almeno) fino alle europee di maggio 2019.
Adolfo Spezzaferro

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