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Roma, 8 mag – Sarà 0,1, 0,2%, qualche decimo in più o qualche decimo in meno? Il balletto sulle stime di crescita per quest’anno ci consegna una pantomima che dura da anni. Almeno dall’inizio della crisi, con una costante: mai una volta le previsioni sono state azzeccate.

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Sono 0,1: che faccio, lascio?

Il 2019, molto probabilmente, non farà eccezione. Secondo la Commissione Ue, l’Italia porterà a casa un +0,1%. Magro bottino, esattamente la metà rispetto al +0,2% previsto nel Def. Ma sempre di “zerovirgola” parliamo, a dimostrazione che la via d’uscita dalla stagnazione secolare in cui siamo invischiati da vent’anni è ancora lunga. O peggio: impercorribile.

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Chi ha ragione?

Nella triste lotta per i decimali – parliamoci chiaro: una crescita al di sotto di almeno il 2% non è, vista la nostra situazione, economicamente significativa – stabilire chi ha ragione e chi ha torto è esercizio difficile. Quasi retorico.

Da un lato abbiamo il governo, che punta sugli effetti di reddito di cittadinanza e quota 100 per tentare di spiegare una manovra che vorrebbe espansiva ma resta comunque in avanzo primario. Quindi nel solco dell’austerità. Dall’altro la Commissione Ue, che vede qualsiasi stimolo fiscale – anche il più all’acqua di rose – come fumo negli occhi. E si attrezza di conseguenza per smontarlo. Due visioni quasi contrapposte, entrambe dal sapore squisitamente politico.

Cosa dicono i dati

C’è un però. Nel primo trimestre la crescita economica dell’Italia ha fatto segnare +0,2%. Un dato che sembra, almeno per i primi mesi dell’anno, confermare il quadro tracciato dall’esecutivo.

L’Italia crescerà dunque più di quanto sostengono da Bruxelles? Se, come detto, le previsioni lasciano il tempo che trovano, si scivola quasi nell’arte divinatoria. E’ vero, la congiuntura internazionale – tanto più alla luce dei nuovi dazi annunciati da Trump – non depone in senso favorevole e la fragile architettura dell’eurozona, imperniata sul modello tedesco “svaluta internamente ed esporta”, rischia di soffrirne. Ma se l’anno è cominciato sotto “buoni” auspici, è anche lecito pensare che possa proseguire in tal senso.

La fissazione Ue

Allora perché la Commissione insiste sul sottostimare il nostro potenziale di crescita? Il motivo è presto detto: rischia di raccogliere una magra figura sui vincoli di bilancio.

Il giochino è semplice. Se si tiene artificialmente bassa la previsione sulla crescita, bisognerà adeguare gli altri indicatori – dal deficit al debito – i quali nient’altro sono che frazioni con il Pil al denominatore. Il risultato è quello di abbassare la soglia di deficit “accettabile” secondo i desiderata Ue. Con l’effetto a cascata di rintuzzare quel (poco) di effetto espansivo delle manovre, riducendo di conseguenza gli effetti sul Pil che non può tornare a crescere e quindi a far sentire il suo peso su quei rapporti – deficit/Pil e debito/Pil, appunto – che si vorrebbero ridurre per adeguarsi alle previsioni comunitarie. Ecco dunque la sempiterna ricetta: “La possibile attivazione delle clausole di salvaguardia sull’aumento dell’Iva nel 2020 e la spesa potenzialmente più bassa per le nuove misure delineerebbero uno scenario fiscale migliore”, scrive la Commissione nel suo rapporto sui nostri conti pubblici. In altre parole: Juncker e Moscovici chiedono più tasse e meno spesa pubblica. Ovvero la strada migliore per riattivare il circolo vizioso.

Filippo Burla

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