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Rai tra Israele e Gaza: l’imbarazzo di un sistema che si autoproclama democratico

by Alberto Celletti
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Rai Israele Gaza

Roma, 16 feb – La spaccatura verificatasi in Rai sulla questione della guerra di Israele a Gaza ha fatto molto rumore ed è, obiettivamente, andata al di fuori dai canoni, mostrando il lato più propagandistico della tv pubblica ma forse perfino di peggio, se parliamo di giornalismo come concetto da considerare perfino utopistico.

Israele e Gaza, la Rai e la propaganda sionista

Il comunicato dell’Ad Roberto Sergio letto da Mara Venier in diretta televisiva qualche giorno fa ha scatenato un putiferio di reazioni. Sull’unico tema in cui il mainstream e il pensiero unico fanno fatica a reprimere e a imporre: il genocidio del popolo palestinese in corso a Gaza ma tendenzialmente sempre sullo sfondo di un conflitto mediorientale ormai in corso da quasi 80 anni. Questo, banalmente, perché lo schieramento filopalestinese è sempre stato ingrassato politicamente dal vecchio Partito comunista, dunque dai progenitori dell’attuale “sinistra” e da una parte consistente della cultura dominante, la quale però si trova oggi nell’imbarazzo di dover reprimere un pensiero da essa stessa diffuso. Peccato che il modo in cui tenti di reprimerlo sia francamente imbarazzante. Perché le parole  lette dalla  Venier, effettivamente, sembrano un diktat: “Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano e continueranno a farlo, la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla Comunità Ebraica è sentita e convinta”. A cui fa seguito una postilla della Venier che sottolinea naturalmente il fatto che le parole di Sergio le “condividiamo tutti”.  Alcuni dipendenti Rai si sollevano emettendo un loro comunicato in cui si dissociano da quella che definiscono “propaganda sionista”. E fuori agli studi scoppiano proteste e scontri, come riporta l’Ansa. Un terremoto francamente triste, ma anche scontato.

La morte del giornalismo e l’imbarazzo di una società che si vanta di essere democratica

La bagarre a cui abbiamo assistito è la naturale conseguenza di un mondo della stampa a senso unico in cui non solo non c’è alcuna libertà concreta o tendenziale (a meno di non emarginarsi e di scrivere o parlare in contesti diversi da quello del mainstream, chiaramente), ma neanche la vivacità intelletuale di proporla e fomentarla. I giornalisti del mainstream, tra antirussismo, antifascismo, filoamericanismo a prescindere, immigrazionismo a prescindere, appaiono sempre più come una serie di automi che eseguono una linea. Il che razionalmente può essere pure concepibile (la democrazia, presunta o reale che sia, non è l’unico sistema politico della storia dell’umanità e mai lo sarà, con buona pace di chi vive sulle nuvole), ma che in un sistema che si autoproclama democratico provoca francamente imbarazzo. Il fallimento delle proclamazioni di questa società sta tutto nelle parole lette dalla Venier e negli imbarazzi di un’azienda che non sa che pesci prendere di fronte alle imposizioni vengono dall’esterno.

Alberto Celletti

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