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Sport, sacralità e bellezza: dai bronzi di Riace alla censura televisiva

by La Redazione
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Roma, 24 lug – Nel 1972, due statue bronzee toccarono le “sacre sponde” dello Ionio. Le statue dei due guerrieri opliti (i bronzi di Riace), pur risalendo al V secolo a.C., offrirono una visione di bellezza i cui parametri restano incredibilmente immutati. Parametri di bellezza inscritti in un patrimonio di valori di cui il corpo si fa palinsesto.

Le nuove linee guida dell’Unione Europea

Giorni fa, l’Unione Europea di Radiodiffusione (Ebu) ha diffuso nuove linee guida per le riprese nelle gare di atletica femminile. Le linee, che puntano a evitare la sessualizzazione dei corpi delle atlete, sono state pubblicate dall’organizzazione che riunisce le principali emittenti dei Paesi europei.

Nessuna persona sana di mente aveva mai collegato il corpo di un atleta (maschio o femmina) al desiderio o a un atto sessuale. E il motivo ha a che vedere con i due bronzi di Riace.

I bronzi di Riace

Nella Grecia antica, infatti, si sviluppò il concetto di kalokagathìa. Un principio filosofico che fa riferimento alla perfetta armonia tra la bellezza esteriore (kalòs) e la virtù morale (agathòs). Questo ideale esprimeva l’equilibrio dell’essere umano, in cui l’integrità dell’anima si rifletteva necessariamente nella forma fisica. Ne sono testimoni, oltre che i bronzi di Riace, tutti gli atleti la cui avvenenza del corpo non era fine a se stessa, ma partecipava al sistema valoriale greco.

Nel 776 a.C., a Olimpia, si svolsero i primi giochi chiamati Olimpiadi dal nome della città che li accolse ogni quattro anni. Durante i cinque giorni dei giochi, gli atleti vincitori erano ammirati e immortalati. Questi ultimi, a partire dall’VIII secolo a.C., smisero di indossare un perizoma per gareggiare completamente nudi. La nudità aveva una forte valenza sacrale e sociale: era una manifestazione pubblica di onore ed era considerata un modo per celebrare l’armonia e la bellezza del corpo. Gli atleti greci e le loro competizioni non erano sessualizzati. Così come non lo saranno neanche nell’antica Roma in cui il mos maiorum prevede valore e prestanza fisica come virtù.

Sacro e bellezza

Sul corpo dell’atleta, come su quello del guerriero, si iscrivono i valori della società e i suoi significati. Il corpo, una macchina fornita dalla natura, addestrato, si carica di una sacralità che tutti i gruppi umani gli riconoscono. L’ammirazione per il corpo dell’atleta o del guerriero non ha nulla di pornografico, ma molto del senso del sacro e della bellezza.

L’arte europea ha sempre celebrato il corpo umano: dalle statue greche a “Leonida alle Termopili” di David, passando per Olympia di Leni Riefenstahl, il corpo incarna il senso della bellezza il cui ruolo è indispensabile nel plasmare il mondo umano. Le cose sacre trascendono questo mondo; non fanno parte della realtà di tutti i giorni. L’intromissione nel rapporto tra il soggetto sacro e lo sguardo di ammirazione è una dissacrazione che corrompere ciò che è sacro, spingendolo nella sfera degli eventi quotidiani.

Un significato spirituale profondo

Il corpo dell’atleta esprime un significato spirituale profondo, al confine con l’arte, divenendo testimonianza del sublime e istituendo la distanza tra la trascendenza e l’immanenza. La censura esclusiva dei corpi femminili, inoltre, non è funzionale alla tutela delle atlete, quanto alla colpevolizzare dello sguardo maschile. Diversamente la norma varrebbe anche per i corpi degli atleti di sesso maschile

L’Unione Europea, che legifera sui tappi delle bottiglie, non potendo impedirci di ammirare la Venere di Botticelli, ha deciso che non siamo degni di ammirare i corpi delle atlete. Le nuove linee guida attestano definitivamente che, nella nostra civiltà, non c’è posto per la bellezza, che essa ha cessato di essere un valore per divenire una manifestazione immorale e, pertanto, censurata come avvenne nell’epoca della Controriforma, quando i pontefici coprivano le nudità degli affreschi. Sia quelle maschili che quelle femminili. In questo, i pontefici della Controriforma, ebbero più rispetto per le pari opportunità.

Claudia Placanica

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