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Roma, 17 dic – Il rientro della salma di Vittorio Emanuele III ci pone di fronte a un dilemma. Come considerare una figura tanto complessa della storia contemporane, e i suoi quarantasei anni di regno?

Nato nella fase terminale del Risorgimento a Napoli, fu il segno vivente e tangibile della politica di unificazione della Casa Savoia come Vittorio Emanuele II la volle. Vittorio Emanuele Maria Gennaro – e il terzo nome dice tutto – nasce nella Reggia di Capodimonte a Napoli l’11 novembre del 1869, e non a Torino. Napoli era considerata, dopo Firenze – Torino era e rimase la capitale dinastica – la seconda capitale del Regno: del resto, che ne pensino i neoborbonici (neologismo orrendo) il Regno delle due Sicilie era l’unico Stato preunitario a venire unito e non annesso al Regno di Sardegna, ed in questo quadro Napoli venne elevata a seconda capitale dinastica, con l’alternanza con Torino del luogo di nascita degli eredi al trono e del titolo di Principe di Piemonte e di Principe di Napoli. E oltre che piemontesi, i Capi di Stato Maggiore saranno (esclusivamente) napoletani: Cosenz, Pollio, Diaz.

Vittorio soffre del fisico infelice – non frutto del matrimonio tra cugini, come si dice di solito: i Savoia Carignano soffrivano di tali disturbi: lo zio, Oddone duca di Monferrato era gobbo e rachitico – e sviluppa un carattere chiuso e introverso. Riceve una durissima educazione militare dal colonnello Osio, al quale resterà legato per tutta la vita, e dimostra ottime capacità militari al comando del 1° reggimento fanteria Re, di stanza a Napoli, del quale è colonnello; anzi, si picca di dare consigli su materie militari al padre, Umberto I.

A Napoli il carattere del colonnello Vittorio Emanuele si scontra con quello del comandante del 10° bersaglieri, e tra i due nasce una forte, reciproca antipatia. Il colonnello del 10° era un conte piemontese, e si chiamava Luigi Cadorna. La reciproca antipatia avrà conseguenze nel novembre 1918. Vittorio è freddo, geniale, ateo – cosa insolita in Casa Savoia – ama la cultura – è il maggior numismatico al mondo, amante della storia, delle ricerche geografiche a livelli ben più che da semplice appassionati,  e anche questo è insolito in un Savoia (ma lo zio Ottone era un collezionista e studioso di vasi greci e di quadri impressionisti, e il Duca degli Abruzzi è il maggior esploratore italiano) – e soprattutto è calcolatore e sa aspettare. Riceve la notizia della morte del padre, assassinato da un anarchico di cui nemmeno fa caso fare qui il nome, mentre si trova in crociera con la sposa, Elena Petrovic, figlia di Nicola del Montenegro, quando rientra in Italia. E’ un sovrano illuminato: concede il suffragio universale, regna senza le durezze di Umberto, tanto da venire soprannominato il re socialista; ma a differenza del padre non ama l’alleanza con Germania ed Austria; quando nel 1908 il re e la regina sono a Messina, primi a sbarcare tra le rovine e aiutano i terremotati, Franz Conrad von Hötzendorf propone a Francesco Giuseppe un piano per l’invasione dell’alleata Italia (!) prostrata dal terremoto. Francesco Giuseppe – che era stato legato da grande amicizia al cugino Umberto I – rifiuta indignato la sciacallata, ma i servizi italiani mettono le mani sul piano di invasione. Nel 1908 ancora l’Austria annette la Bosnia ottomana; malgrado gli accordi della Triplice all’Italia non vengono date soddisfazioni territoriali come pure era previsto. Vittorio Emanuele come detto sa aspettare, e non è abitutato a prendere schiaffi: nel 1911 l’Italia invade Tripolitania e Cirenaica, mette in ginocchio la Turchia anche nel Dodecanneso. Dopo la batosta di Adua nel 1896 per la prima volta l’Italia mostra i denti come potenza mediterranea, cosa che non piace agli alleati della triplice.

Tre anni dopo scoppia la Grande Guerra, per la volontà ottusa di Francesco Giuseppe che rifiuta ogni accomodamento con la Serbia facendro proporre a Berchtold, il ministro degli esteri imperiale un ultimatum volutamente irricevibile; ancora una volta viene violato il trattato della triplice alleanza, che è difensiva e non offensiva, e l’Italia non viene nemmeno informata. Intanto il Capo di Stato Maggiore italiano, Alberto Pollio, acceso triplicista, muore il 1 luglio; gli succede Luigi Cadorna. Vittorio Emanuele è per l’alleanza con gli Alleati, mentre il governo è per la pavida neutralità e figure del calibro di Corridoni, Mussolini, D’Annunzio, Marinetti, Battisti, l’Italia migliore, per l’intervento. Non è il caso di fare la cronistoria del conflitto. Vittorio Emanuele si trasferisce al fronte, a Villa Linussa (battezzata Italia) di Tavagnacco,  da dove sarà sempre in movimento, in prima linea, nelle trincee, guadagnandsi a ragione il soprannome di Re Soldato.

E non furono da meno le regine Margherita ed Elena di Savoia. Durante l’intero conflitto Palazzo Margherita (ora sede dell’ambasciata USA a Roma) fu trasformato nell’Ospedale Territoriale n. 2 della Croce Rossa dal 16 luglio 1915 al 31 gennaio 1919: nei 125 letti trovarono amorevoli cure 1687 militari. La Regina Madre partecipò intensamente alla vita del suo ricovero ospedaliero e si informava giornalmente delle condizioni dei singoli soldati ottenendo stima e simpatia. Pochi mesi dopo lo scoppio della guerra la regina Elena allestì al Quirinale l’Ospedale Territoriale n. 1 della Croce Rossa dove dirigeva e svolgeva personalmente il servizio di infermiera assistendo i chirurghi durante gli interventi e confortando i moribondi.

Nella visita all’ospedale militare di Monfalcone venne presentato brevemente al sovrano un sergente (non caporale!) dell’11 bersaglieri rimasto ferito nell’esplosione di una bombarda, e celebre giornalista, Benito Mussolini. Fu il primo incontro tra i due.

Poi, Caporetto. Ed è il re che a Peschiera convince gli anglo- francesi a non abbandonare l’Italia. L’Italia non è ancora vinta. E qui Vittorio Emanuele è un grande re. Qui Vittorio Emanuele salva l’Italia.

Lo scrittore Rudyard Kipling, presente all’evento, così descrisse il sovrano: “Nessun equipaggiamento o seguito speciale lo distingue da qualsiasi generale in tenuta di guerra, fino al semplice nastrino che indica il numero delle battaglie al fronte. Egli incede sobrio, leale, pronto, con una rigida semplicità tra i suoi soldati e tra i molti pericoli della guerra. Da poco egli aveva rifiutato la Medaglia d’Oro proposta dal Consiglio dei ministri dicendo: “Non ho conquistato alcuna quota difficile; vinto nessuna battaglia, non ho affondato alcuna corazzata; compiuto alcuna gesta di guerra aerea”. Il luogo prescelto per l’incontro segreto era all’epoca una piccola aula al primo piano della locale scuola elementare che durante la guerra era diventata sede di un comando di battaglione, nell’area delle fortificazioni del noto Quadrilatero. “Il Re si ferma sulla porta – riferisce Ugo Ojetti – sbottona il pastrano, ci guarda uno a uno, con quella impercettibile scossa del capo che gli è propria, salutati quelli che riconosce e par che li conti“.

Per l’Italia sono presenti, oltre al re, il presidente del consiglio V.E. Orlando, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, il ministro della Guerra, generale Vittorio Alfieri e il ministro per l’Assistenza alle truppe combattenti Leonida Bissolati. Con il premier inglese David Lloyd George sono il Consigliere militare generale Jan Christians Smuts, il Capo di Sato Maggiore generale William Robert Robertson e dell’Esercito Henry Hughes Wilson. La delegazione francese è guidata dal primo ministro Paul Prudent Painlevé accompagnato dal ministro Henry Franklin-Bouillon e dal Capo di Stato Maggiore, generale Ferdinand Foch. Prima dei colloqui, che durarono circa tre ore, Vittorio Emanuele dice ai suoi che sulla situazione militare desideraesporre e discutere da solo; secondo le memorie di Orlando, egli fu il principalissimo oratore.

Il re d’Italia si è prefisso due obiettivi: riconquistare la fiducia degli alleati nei riguardi dell’esercito italiano, di cui stima il valore, e fare accettare la sua proposta di una linea di resistenza sul Piave. Quanto al cambio dei vertici militari, il re ha già anticipato gli alleati di avere deciso la sostituzione di Cadorna con Armando Diaz. Parlando in inglese e traducendo poi per i francesi, Vittorio Emanuele III tenne testa a tutti vincendo la sua naturale ritrosia a mettersi in mostra. Sottolinea (come già Lloyd George a Rapallo) che qualora gli austro-germanici non fossero stati subito fermati, la minaccia dei crollo avrebbe coinvolto – con l’Italia – anche la Francia e l’Inghilterra. Il destino dell’Italia, in sintesi, condiziona quello degli alleati. Lloyd George fu colpito “dalla calma e dalla forza” del sovrano, che si disse pronto ad abdicare in favore del piccolo Umberto pur di non firmare una pace “vergognosa”. Il premier inglese così continua parlando del re: “Con la sua maschia eloquenza egli dissipò tutti i dubbi, troncò tutte le titubanze. In una situazione molto precaria si può dire che egli sia stato il salvatore della causa degli italiani e degli alleati”. Con incrollabile fermezza,Vittorio Emanuele sottolinea che la sconfitta non era irrimediabile e che tutto non era perduto: la linea del Piave può già contare su 400 cannoni d’assedio e su 600 pezzi da campagna già schierati sulla riva destra del fiume. Di fronte alle perplessità alleate di schierare i loro uomini su tale linea il re precisa che “è questo un compito che gli italiani sapranno svolgere da soli. Il mio popolo non vuole chiudere la sua guerra con una sconfitta, ma con la vittoria. Questo di oggi è soltanto un momentaneo smarrimento di cui il mio popolo avrà la rivincita. Statene certi, come lo sono io” (i rinforzi alleati, infatti, entreranno in azione solo nelle azioni belliche del dicembre ’17 sul Grappa, rimanendo fino ad allora nelle retrovie, in posizione di riserva). In riferimento al rovescio subito, la responsabilità non andava ricercata nei soldati, ma nelle avverse condizioni in cui si era operato: presenza di nebbia, ufficiali inesperti. Ma queste cose erano note a Lloyd George, consapevole del valoroso comportamento degli italiani nei due anni e mezzo di guerre. Le critiche furono quindi dirottate sui comandi. Proprio per questa ragione gli alleati dichiararono di non essere disposti ad affidare le proprie truppe al già per altro rimosso Cadorna. Vittorio Emanuele chiuse il suo intervento citando un vecchio proverbio italiano: In guerra si va con un bastone per darle e con un sacco per prenderle!.

E’ il momento più alto del suo regno.

vittorio emanuele iii rePoi la Vittoria sul campo, e la sconfitta politica. E con essa la guerra civile, con i socialisti e i comunisti che vogliono fare come in Russia, la proclamazione della repubblica rossa, le umiliazioni e le violenze ai reduci ed ai mutilati, l’amnistia di Nitti ai disertori, Fiume ed il Natale di Sangue. Ma c’è chi reagisce, dapprima gli arditi a Milano, che assaltano la sede dell’Avanti e poi i reduci raccoltisi nel Movimento nato a Piazza San Sepolcro il 23 Marzo 1919. E ancora morti, le stragi sovversive di Empoli, dove carabinieri e marinai vengono mutilati e squartati, Foiano della Chiana, Sarzana, con la bestiale macelleria rossa, e le centinaia di caduti tra fascisti, carabinieri, militari. Quando sarà la vigilia della marcia su Roma il re rifiuta di firmare lo stato d’assedio del generale Cittadini: da una parte perché i suoi nemici non sono certo quelli che cercano di ristabilire l’ordine, i decorati, i reduci, i soldati con cui ha vissuto nelle trincee; dall’altra il fatto di come gli squadristi siano se non tutti la maggior parte veterani della Grande Guerra, in gran parte provenienti da corpi ben addestrati come gli Arditi, e sicuramente a soli cinque anni dalla fine del conflitto mondiale – individualmente migliori dei soldati di leva arruolati dopo la guerra, il che aiuta a spiegare perché il 27 ottobre 1922 il re, che di cose militari ne capiva, abbia scelto di non firmare lo stato d’assedio.

Il re, seguendo lo statuto del regno affida il Governo a Mussolini, una delle poche persone per il quale conservi per tutta la vita una grande ammirazione, definendolo anche nell’esilio egiziano una gran testa , a differenza di Giolitti, Nitti o Badoglio, per i quali non nutrirà mai simpatia.

Mussolini non è un dittatore e l’Italia non è una dittatura, con buona pace dei Fiano e dei Cazzullo odierni, perché il Fascismo non tocca il Senato, che è formato di senatori di nomina regia e a vita, come Albertini, Colonna di Cesarò e Benedetto Croce, antifascisti, liberi di esprimere le proprie idee in sedi istituzionali.

E a fianco di Mussolini il re rimane anche nei giorni oscuri dell’uccisione non premeditata (come dimostra il recente studio monumentale di Tiozzo) del deputato massimalista e milionario Matteotti, quando la canea antifascista cerca di gettare la colpa su un innocente Mussolini, e molti pavidi fascisti dell’ultima ora abbandonano la nave che sembra affondare. Non affonderà. Per fortuna di Mussolini e dell’Italia. E del re. Il quale, da anticlericale, ingoia pure il rospo del Concordato col Vaticano. Si è parlato di un coinvolgimento del re nel delitto: scempiaggini, che gli studi recenti hanno totalmente smentito, dimostrando come la squadra di Dumini non volesse che dare una lezione a Matteotti senza intenzione di ucciderlo.

Sarà lui a incitare Mussolini alla vigilia della Campagna d’Etiopia. Vada avanti, io sono con lei. Vada avanti, le dico.

Poi anche grazie a certi gerarchi, la diarchia che aveva così ben funzionato si incrina: un esempio, a Montecitorio nel 1938 quando venne inaugurata con il discorso del re la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Starace ha ordinato ai consiglieri nazionali (il nuovo nome dei deputati) di non portare sull’uniforme le decorazioni cavalleresche sabaude, ossia quelle dello Stato. La mattina dell’inaugurazione con i suoi diretti collaboratori si apposta agli ingressi di Montecitorio per controllare che l’ordine venisse eseguito.

La reazione di Italo Balbo è violenta: vedendo un consigliere nazionale, suo concittadino, che si lasciava spogliare, urlò: Tu non tornerai mai più a Ferrara se obbidisci a un ordine così cretino. Vedi che conto ne tengo io. Continua a urlare finchè il vicesegretario di guardia lascia correre.

Però il re accumula corone: da quella di Imperatore d’Etiopia, che era sfuggita al padre per la sconfitta di Adua, a quella di re d’Albania, sino a quella di re di Croazia ad Aimone di Savoia, Casa Savoia malgrado i contrasti marciava sempre a fianco del Fascismo, senza che all’esterno fossero visibili screzi di sorta.

Vittorio Emanuele III non dimentica, si è detto. Non parlò per altri cinque anni, e fu favorevole alla guerra, per quanto detestasse i tedeschi non per ostilità verso il regime nazionalsocialista ma per motivi storici, ma considerando peggiori i francesi. Fu solo dopo la perdita della Tunisia nel maggio 1943 che Casa Savoia cominciò a muoversi, fino a quando, con l’approvazione da parte del Gran Consiglio del Fascismo dell’OdG Grandi, fu trovata la scusa per arrestare il Duce a villa Savoia. Ci limiteremo a citare la regina Elena, rimasta disgustata da una tale violazione dell’ospitalità:

Eravamo in giardino. A me non aveva ancora detto nulla. Quando un emozionato Acquarone ci raggiunse, e disse a mio marito “Il generale dei carabinieri desidera, prima dell’arresto di Mussolini, l’autorizzazione di Vostra Maestà”. Io restai di sasso. Mi venne, poi da tremare quando sentii mio marito rispondere “Va bene. Qualcuno devi prendersi la responsabilità. Me l’assumo io”. Poi salì la scalinata con il generale. Attraversavo l’atrio quando Mussolini arrivò. Andò incontro a mio marito. E mio marito gli disse “Caro Duce, l’Italia va in tocchi…”, Non lo aveva mai chiamato così, ma sempre “eccellenza”. Io nel frattempo salii al piano superiore, mentre la mia dama di compagnia, la Jaccarino attardandosi nella saletta era rimasta giù e ormai non poteva più muoversi. Più tardi mi riferì tutto. Mi narrò che mio marito aveva perso le staffe e si era messo a urlare contro Mussolini, infine gli comunicò che lo destituiva e che a suo posto metteva Badoglio. Quando poi la Jaccarino mi raggiunse, dalla finestra di una sala, vedemmo mio marito tranquillo e sereno, che accompagnava sulla scalinata della villa, Mussolini, Il colloquio era durato meno di venti minuti. Mussolini appariva invecchiato di vent’anni. Mio marito gli strinse la mano. L’altro mosse qualche passo nel giardino, ma fu fermato da un ufficiale dei carabinieri seguito da soldati armati. Il dramma si era compiuto. Mi sentivo ribollire. Per poco non sbattei contro mio marito, che rientrava. “E’ fatta” disse piano, lui. “Se dovevate farlo arrestare” gli gridai a piena voce, indignata “..questo doveva avvenire fuori casa nostra. Quel che avete fatto non è un gesto da sovrano…”. Lui ripetè “Ormai è fatta” e cercò di prendermi sotto braccio, ma io mi allontanai di scatto da lui, “Non posso accettare un fatto del genere” dissi “mio padre non lo avrebbe mai fatto” poi andai a rinchiudermi nella mia camera“.

Infine l’otto settembre, la resa condizionata mascherata da armistizio, l’abbandono di Roma (non fu una fuga, perché il corteo attraversò l’Italia centrale non di nascosto ma in divisa, su automobili con i guidoni della casa reale e dello Stato Maggiore, la scorta dei motociclisti e i posti di blocco tedeschi che presentarono le armi, lasciati passare con ogni probabilità in cambio della liberazione incruenta di Mussolini, eroica solo nelle vanaglorie bombastiche di uno Skorzeny, fatta senza nemmeno preoccuparsi di disarmare o isolare i carabinieri presenti, come si vede nelle fotografie) mentre a Roma i Granatieri di Sardegna, le vecchie Guardie di Casa Savoia, combattevano i fallschirmjäger del maggiore von der Heyde in nome di un sovrano che ormai era imbarcato sulla corvetta Baionetta in rotta per Brindisi.

Non ricordava le parole di Teodora a Giustiniano: Chi abbandona il trono difficilmente potrà riaverlo. Quanto a me, penso che la porpora sia il più bel sudario.

Senza nemmeno informare non solo i propri soldati, ma nemmeno la moglie dell’erede al trono, Maria José, rimasta ad Aosta con il piccolo Vittorio Emanuele!

Per noi Vittorio Emanuele è morto quel giorno.

Meglio ricordare il re di Peschiera che il traditore dell’Otto settembre. Ma una cosa va ricordata: i diktat contro i fascisti e i membri della MVSN voluti dai vincitori vennero promulgati solo dopo che Vittorio Emanuele III aveva deposto nelle mani del figlio come luogotenente del regno le proprie prerogative sovrane, ritirandosi a Villa Rosbery a Napoli. Almeno ebbe la residua dignità residua di non voler firmare queste canagliate.

Parce sepulto.

Pierluigi Romeo Di Colloredo

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