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Roma, 17 apr – Nonostante il “presidio” dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), i fatti di cronaca dimostrano che il vizio si perpetua. E’ notizia delle ultime settimane l’inchiesta sulle mascherine che ha visto coinvolto l’ex commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Oppure il caso ventilatori cinesi privi dei necessari requisiti di sicurezza arrivati negli ospedali italiani grazie all’intervento di Massimo D’Alema. Senza considerare poi tutte le vicende attorno al vaccino AstraZeneca. Stando ai più recenti dati disponibili, in Italia negli ultimi tre anni il 13% degli episodi corruttivi hanno riguardato il settore della sanità. Dall’inizio della pandemia al 17 novembre, secondo l’Anac, sono stati messi a bando per affrontare la crisi sanitaria oltre 14 miliardi di euro.

Curare i malati o “inseguire” gli asintomatici?

La cosa che rende ancora più grave il fenomeno della corruzione nella sanità è il cambio di paradigma che ha investito il settore a partire dagli anni 80 del secolo scorso. Quando cioé si è passati dal concetto di curare i malati all’idea di convincere gli asintomatici di non essere così sani. Per raggiungere questo obiettivo è diventato normale pensare che prevenire sia meglio che curare, approccio ben descritto dal romanziere francese Jules Romains che nel 1923 scrisse “Knock, ovvero il trionfo della medicina”: la storia di un rampante giovane dottore che amplia il suo portafoglio clienti facendo credere ai suoi concittadini asintomatici di covare, in realtà, grandi malattie.

Nel 1763 Boisiggier de Sauvage nella “Nosologia Methodica” descrisse 2.400 malattie. Oggi siamo arrivati alla classificazione internazionale (ICD) che elenca l’esorbitante cifra di oltre 40mila disturbi. Un abnorme sviluppo avvenuto perseguendo due strade. La prima è il ricorso ad una massiccia – ma quanto realmente utile? – “prevenzione”. La seconda il classificare patologie che hanno portato alla nascita di un vero e proprio “mercato delle malattie”.

Nel 1976 Henry Gadsen, direttore generale della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». Questa visione ha fatto sviluppare fra il marketing e il campo sanitario una stretta collaborazione favorendo campagne pubblicitarie martellanti per persuadere i cittadini a curare qualsiasi sintomo. Le persone sono state indotte a credere che al primo starnuto debba seguire la “pasticca”. Dimenticando che il nostro organismo è armato per rispondere agli attacchi grazie alle immense risorse del nostro sistema immunitario.

Il “mercato” delle malattie

Di mercato delle malattie se ne parla da qualdo il fenomeno fu descritto dalla scrittrice di medicina Lynn Payer nel suo libro del 1992 “Disease-Mongers: How Doctors, Drug Companies, and Insurers Are Making You Feel Sick”. In esso racconta la pratica ingannevole messa a punto dai colossi farmaceutici per convincere, attraverso una martellante réclame, gente sana di essere malata. “I produttori farmaceutici devono creare sempre nuovi farmaci, poiché i più vecchi perdono il brevetto” sostiene la Payer.

La scrittrice spiega come siano state “create” alcune malattie per poter vendere i rispettivi medicinali. L’alitosi, ad esempio, è un disturbo inventato per vendere il Listerine, inizialmente usato come antisettico dai dentisti e venduto persino come detergente per pavimenti. Una pubblicità mostrava come l’alito pesante avesse ripercussioni disastrose sulla vita delle persone convincendole ad acquistare il prodotto (che costa, al litro, come una bottiglia di Barolo) per una malattia, l’alitosi appunto, precedentemente non considerata tale.

Alitosi, occhio secco, gambe gonfie sono veramente “malattie”? Quando il gigante farmaceutico Merck isolò il farmaco Fosamax non c’era una malattia che si potesse curare con il principio attivo contenuto. Si decise di rendere una malattia l’osteoporosi, la perdita di densità ossea dovuta all’età. Manipolando e corrompendo il corpo medico e grazie ad una pubblicità miracolosa il medicinale cominciò ad essere massicciamente prescritto. Stesso discorso per quanto riguarda l’occhio secco. Basti, per controprova, verificare quando i condotti lacrimali non sono in grado di fornire un’adeguata lubrificazione, soprattutto se si fissa uno schermo troppo a lungo, si va in bicicletta o quando si è in una stanza fortemente climatizzata. E come si trasforma il normale gonfiore delle gambe, normalissimo a fine giornata, in una malattia che potrebbe portare fino alla trombosi?

Le malattie non letali intanto restano incurabili

Il dottor Gianfranco Domenighetti, fautore della “medicina quanto basta” per una sanità basata sulla sobrietà ha speso anni a spiegare in che modo le case farmaceutiche trasformano uno stato naturale in malattie. “Tre sono i piani – spiega – su cui queste strategie morbigene agiscono: il piano quantitativo, che prevede l’abbassamento dei parametri che definiscono la frontiera del “patologico” (a esempio, nel caso di ipercolesterolemia, ipertensione, diabete); il piano temporale, che consiste nella promozione e nella diffusione di pratiche di screening, la cui efficacia è incerta oppure non ancora dimostrata; il piano qualitativo, che trasforma in condizioni medico-sanitarie situazioni che dovrebbero far parte della normalità della condizione umana”.

La conseguenza è che, nonostante la crescita della spesa sanitaria e una maggiore attenzione alla salute, sembra che malattie non letali restino incurabili. E’ quello che è stato chiamato “l’effetto del fallimento del successo della medicina”. Diventata sempre meno efficace, più invasiva ma scollata dal paziente. Con il risultato di trasformare condizioni sostanzialmente normali in nuove patologie.

Antonietta Gianola

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