Roma, 28 apr – Belfast di Kenneth Branagh è la dimostrazione lampante che per un fare un bel film basta solo un ingrediente fondamentale: una storia da raccontare. Aggiungiamo un cast ben definito, un set di “strada” e una colonna sonora di un solo artista: Van Morrison, celebre cantautore blues-folk nordirlandese (nemmeno così da poco dopotutto). E così un film come Belfast può tranquillamente sfidare colossal con produzioni più ricche e portare a casa l’oscar per la migliore sceneggiatura originale, firmata dallo stesso Branagh. Arrivato nelle sale italiane solo lo scorso febbraio, ci permettiamo di commentarlo e – ovviamente – di consigliarlo.

L’infanzia di Belfast

Nel film, infatti, il regista racconta la sua storia. Un incrocio tra un’autobiografia e un film d’autore, magnificamente reso dal bianco e nero con cui la cinepresa guarda gli scorci di vita di una famiglia nordirlandese che vive a Belfast nel 1969. Sono anni cruciali. Quelli dei troubles e del principio del sanguinoso conflitto nordirlandese e della guerra civile tra cattolici e protestanti. Ma il film non si limita a fare la cronaca di quella stagione terribile e distruttrice ma si lancia con coraggio verso temi portanti del nostro secolo: identità, radici, memoria. Attraverso gli occhi di un bambino, Buddy, si dipaneranno le strade di un viaggio archetipico tra i tumulti di una città in procinto di esplodere: la casa, la famiglia, il viaggio d’andata e (forse) quello di ritorno. Buddy vive con la sua famiglia in una strada di un quartiere operaio. Loro sono protestanti ma nella stessa strada vivono anche i cattolici con cui hanno un ottimo ed amorevole rapporto. Nel film oltre a Buddy non vengono mai fatti nomi, nemmeno quelli della famiglia, identificati solo come padre, madre, nonno e nonna. Una scelta d’impersonalità che porta su un piano universale le vicende della piccola famiglia, che così facendo rappresenta non più sé stessa ma tutto un popolo. Una quotidianità passata tra la scuola, il pallone e i nonni, veri e propri personaggi chiave del film ed infatti interpretati da due mostri sacri del cinema inglese: Judi Dench e Ciaran Hinds (di Belfast anche lui, come Branagh e Morrison).

Vecchiaia e giovinezza

Tutto il film dura poco, 97 minuti, soprattutto se pensiamo agli standard a cui siamo abituati. Una durata che condensa in un’ora e mezza delle grandi lezioni e un immaginario simbolico che va da Re Artù a Sambhala passando dall’irriducibile e sanguigno senso di appartenenza degli irlandesi. A dettare il leitmotiv del film c’è la domanda chiave del nostro tempo: devo restare o andarmene via? Una domanda a cui ognuno risponde diversamente: il padre di Buddy, che fa il carpentiere in Inghilterra facendo avanti e indietro vorrebbe portare la sua famiglia in un posto migliore (Vancouver o Sidney), almeno più sicuro; la madre invece è intensamente legata al quartiere in cui vivono e non intende rinunciare alla libertà che un luogo familiare concede alle loro vite, “Io non conosco nient’altro che Belfast” afferma la donna in un toccante monologo che possiamo aver sentito anche noi, dai nostri genitori quanto dai nostri nonni quando ci parlano di tempi meno ricchi ma almeno più umani, vicini, dove anche un quartiere poteva essere una famiglia; poi ci sono i nonni, veri e propri monoliti irrimediabilmente innamorati, sia fra di loro che della loro casa. Tutto il film mette in luce il confronto tra giovinezza e vecchiaia, tra passato e futuro. Il nonno trasmette a Buddy consigli da padre e si intrattiene in un profondo discorso con la moglie, il cui citando Yeats (A terrible beauty is born) si chiede cosa resta dei loro cuori che da giovani erano così infiammati. Ci sono i genitori di Buddy che invece combattono per tenere la famiglia al riparo dai debiti, dalle tasse e dalle rappresaglie dei protestanti che man mano assumono connotati sempre più violenti, fino all’esplosione finale di violenza che farà decidere la madre, in principio restia, ad andare via.

Il bambino e i draghi

Poi c’è Buddy, il ragazzino monello che con lo scudo e la spada cerca i suoi draghi da abbattere tra le vie polverose e le barricate cittadine. La sua vita è ad un bivio, quello tra l’infanzia e l’adolescenza e quello tra la casa natale e l’emigrazione. Ama i suoi nonni ed è fortemente influenzato dalle loro parole ed ama il calcio e il cinema. Piccola nota: nel film gli unici fotogrammi a colori sono quelli proprio delle pellicole che il ragazzino guarda con occhi sognanti, da Mezzogiorno di Fuoco a L’uomo che uccise Liberty Valance, di cui sembra nutrirsi come fossero romanzi d’avventura; e quelli a teatro dove con la Nonna assiste al classico dickensiano A christmas carol, quando Scrooge inizia la sua notte di fantasmi con l’apparizione del vecchio socio. Squarci a colori in contrapposizione al grigio con cui viene rappresentata invece la televisione e i telegiornali. Tutte figure archetipiche e simboliche di cui la storia si nutre a partire dalle barricate innalzate intorno al quartiere dai cattolici, che nella notte vegliano le strade alla luce delle fiaccole. Scene suggestive e cariche di pathos che si alternano ai ritmi atmosferici ed umani. C’è la ricerca di un centro di gravità permanente anche nella vecchiaia, personificata dalla nonna che in momento di debolezza causato dalla malattia del nonno cala la maschera della sua severità cattolica e si ricorda con commozione quando da bambina – guardando il film Orizzonte perduto – sognava di attraversare lo schermo del cinema per arrivare a ShangriLa. “Ci sei mai andata?” – gli chiede il nipotino – “non c’erano strade per ShangriLa da questa parte di Belfast”, risponde la vecchia quasi a voler suggerire al bambino di lasciare la città e cercare altrove la porta d’accesso al regno nascosto. Ma la bambina esiste ancora?

Nostalgia di casa

Belfast è un film che ci parla come un romanzo di formazione, ricco di significato e fortemente radicale, nel senso che attiene alle radici che ognuno possiede, anche quando cerca di rimuoverle. “Non importa quanto vai lontano” lo rassicura il Nonno quando il ragazzino gli espone i suoi dubbi “non dimenticherai mai da dove arrivi”. “Tu lo sai chi sei. E dovunque tu andrai questa sarà sempre la verità”. Non proprio un messaggio politically correct. È vero, alla fine la famiglia parte lasciando indietro una Nonna rimasta improvvisamente vedova, ma questa è la storia di tutti. Branagh riesce a fare un film anche per noi italiani parlando d’Irlanda del Nord: noi che come gli irlandesi abbiamo avuto una lunghissima tradizione d’emigrazione, ma a cui non siamo mai riusciti a dare una narrazione coerente, nemmeno in tempi più recenti, accontentandoci di falsi miti e cliché. Dobbiamo lasciarci qualcosa alle spalle per poter andare avanti, ed è sorprendente quanto un film del genere possa richiudere quelle ferite inferte dall’emigrazione ai popoli europei, parlando non di sradicamento ma di νόστος – il nostos greco. Infatti, Buddy promette di tornare alla ragazzina di cui è innamorato. Una promessa ingenua ma al tempo stesso genuina, lucida quanto irrazionale, perché Itaca sarà sempre lì ad aspettare il ritorno del suo eroe. Andata e ritorno: è il mito fondante della nostra civiltà.

Sergio Filacchioni

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2 Commenti

  1. Andata e Ritorno… E’ giusto. Lo narrava anche un certo “Tolkien” che di migrazioni se ne intendeva. Bravo.

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