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San Lorenzo, una questione di fede… italiana

by Marco Battistini
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Roma, 29 gen – Dici San Lorenzo e pensi subito a Papa Francesco. Se tutto il mondo – o per lo meno quello d’influenza cattolica – conosce la squadra del barrio Boedo di Buenos Aires lo si deve proprio all’elezione del pontefice argentino al soglio di Pietro. Era la sera del 13 marzo 2013 e, fin da subito nelle edizioni speciali dei vari telegiornali si diede risalto alla fede calcistica dell’ottavo sovrano dello stato vaticano. Ma al di là del tifo di Bergoglio (in tutta sincerità, ci interessa relativamente) forse non tutti sanno che la polisportiva rossoblu è stata fondata proprio da nostri connazionali.

Padre Lorenzo e i ragazzi di Almagro

Torniamo indietro fino agli inizi del ‘900, siamo nel quartiere di Almagro. I ragazzi della capitale giocano per strada, sfidandosi in mezzo al traffico cittadino. Che, loro malgrado, si fa sempre più confusionario. In una di queste partite improvvisate un giovane viene travolto da un tram: padre Lorenzo Massa – salesiano di famiglia torinese – decide così di ospitare gli incontri di questi adolescenti bairensi nel cortile del proprio oratorio.

Si fanno chiamare los forzosos, e sono capitanati da Federico Monti, un altro italiano. L’incontro tra l’uomo di fede e il futuro calciatore altro non è che il prologo di quanto avverrà il primo aprile del 1908: la fondazione del San Lorenzo de Almagro. Primo presidente (manco a dirlo) un connazionale, Antonio Scaramusso. Soprannominati fin da subito come i corvi – per via dell’abito talare – circa i colori sociali vengono battezzati il rosso ed il blu. Una mariana scelta cromatica suggerita proprio dal piemontese ministro del culto.

La più tifata d’Argentina (dopo le grandi)

I media argentini stimano che, dopo le inarrivabili Boca Juniors e River Plate, la compagine in questione sia la più seguita d’Argentina. Un buon 5% del totale, contando che gli Xeneizes e i Millonarios assorbono quasi i tre quarti degli appassionati. Il tifo appunto, altra caratteristica del Ciclón. Ben prima del 2013 infatti gli “esperti” di curve e gradoni conoscevano le festanti gesta di quei sostenitori caldi e spettacolari. Famosi in particolar modo per le trasferte oceaniche, come quella volta – correva l’anno 1995 – in cui si presentarono in trentamila nella non così vicina (circa trecento chilometri) Rosario.

La bacheca conta invece una quindicina di titoli nazionali e – tra le varie coppe – la Libertadores del 2014. Ad alzare il trofeo al Nuovo Gasometro nell’indimenticabile notte di metà agosto Leandro Romagnoli, l’idolo indiscusso del nuovo millennio. Segni particolari? Esatto, anche per lui le origini italiche.

Gli altri italiani

Sarà per i miracoli della fede, ma quella tra gli italo-argentini e il San Lorenzo è una storia davvero piena di punti d’incontro. Sono le novantanove reti di Bernardo Romeo e – mezzo secolo prima – le centoquarantadue dell’ex juventino Rinaldo Martino. Ma anche una serie di cognomi nella lista dei giocatori più iconici che lasciano pochi dubbi: Basso, Buttice, Casa, Farro, Michelini, Pontoni, Sanfilippo, Scotta.

Non compare in questo glorioso elenco – un po’ a sorpresa per chi scrive – Luis Monti. Unico giocatore ad aver disputato due finali mondiali con altrettante nazionali diverse (Argentina e Italia, ovviamente) il campione iridato 1934 vanta oltre cinquecento presenze tra i rossoblu e la Juventus. Duro nei contrasti al limite della violenza, tecnicamente valido. Doble ancho (armadio a due ante) lasciò il Sudamerica considerato da molti a fine carriera. Arrivato a Torino “grasso, quasi obeso” – per dirla con le parole di Vittorio Pozzo – si sottopose a una serie di intensi allenamenti personalizzati. “Fermo nel carattere” e tornato massiccio, vinse con la Vecchia Signora quattro scudetti consecutivi.

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Marco Battistini

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