Dai Veda indù al Mithra romano: ecco il significato dell’Equinozio di Primavera

serpente Equinozio di PrimaveraRoma, 20 mar – In data odierna, precisamente alle ore 11.28, si accederà tramite l’Equinozio nella primavera astronomica, ed è importante rammentare come esista una diretta continuità, una connessione sacrale e magica tra l’umana esistenza, non considerata nel suo aspetto meramente materialistico e decadentemente moderno e la Natura coi propri ritmi interni, le proprie fasi discendenti ed ascendenti, come il ritmo annuale delle stagioni, in cui vi sono morti e resurrezioni, ed i cicli del Cosmo, come sono rappresentati in forme diverse nei vari mitologhemi di arcaica memoria. Noteremo che il simbolo del ciclo presenta una stretta assonanza con la figura del Serpente e precisamente col Serpente primordiale che si morde la coda, a rappresentare dunque un quid che inizia, si manifesta e si realizza in se stesso, nella propria circolarità: l’Unità molteplice e circolare del Cosmo, della Natura e della realizzazione ermetica. Come ci rammenta magistralmente Alfredo Cattabiani[1] il Serpente ha intervalli di tempo nel mordersi la propria coda, a partire dal ciclo annuale, in cui la funzione arcaica dei calendari esplicitava un diretto contatto sacrale e cultuale dell’Uomo coi ritmi cosmici e naturali, per arrivare a ciò che nell’antichità veniva considerato il Grande Anno, composto da 25.920 anni e che possiamo assimilare ad un ciclo di manifestazione.

In tale ottica e nell’ambito dell’Equinozio di Primavera, ci è permesso prendere in considerazione un’altra tipologia del Serpente che si morde la coda e precisamente quella afferente al ciclo naturale ed annuale, cioè a dire la presenza in esso della ritmicità quaternaria. Infatti, se il ciclo di manifestazione è suddivisibile nelle quattro età esiodee, il ciclo annuale contempla quattro stagioni, come quello giornaliero palesa quattro precisi momenti di differenziazione. L’Uomo simbolicamente ripercorre quello che è il ciclo del Sole, sia nell’anno sia nel giorno. Precisamente le quattro stazioni solari si caratterizzano per due picchi, uno di oscurità nel Solstizio d’Inverno ed uno di luminosità nel Solstizio d’Estate, nonché per due momenti di perfetto equilibrio in cui avviene il transito dalle Tenebre alla Luce e dalla Luce alle Tenebre: nell’Equinozio di Primavera il primo, nell’Equinozio d’Autunno il secondo. Tutto ciò ha corrispondenza perfetta sia nel decorso giornaliero, sia nel rapporto sottile che l’essere umano instaura con tale ciclicità, ove si assegni l’inizio non all’Alba ma alla Mezzanotte. Se la Notte e l’Inverno segnano la fase massima di oscuramento, in cui l’attività fantastica, immaginativa è accentuata per la libertà della sfera psichica, fino ad arrivare al limite estremo del sonno, le fasi dell’Alba e della Primavera corrispondono ad una progressiva unione delle diverse componenti psico-organiche, cosi quelle del Mezzogiorno e dell’Estate corrispondono al massimo grado di identificazione tra essere corporeo, substrato psichico e principio individuante e mercuriale, mentre già col Tramonto e l’Autunno inizia quel processo di occultamento animico e di labile dissociazione. Abbiamo, pertanto, considerato il ciclo naturale sempre in riferimento all’Astro Solare, ma per comprendere adeguatamente la complessa tematica e la correlata dimensione spirituale, è opportuno considerare nello specifico, seppur sinteticamente, un riferimento numinoso molto importante nell’ambito della misteriosofia arcaica, cioè quello di Mithra.

La prima citazione del Dio Mithra perviene dall’arcaica tradizione dei Veda indù e precisamente dal più antico, il Rig-veda, risalente ad un epoca di diverse migliaia di anni fa più remota dalla nascita dell’età volgare, che inquadrano la divinità in questione come reggente di un mondo perfetto delle origini ormai dimenticato, protettore dell’Ordine Universale insieme al dio Varuna. Tale riferimento è fondamentale per confutare le teorie che collocano il Nume con la fiaccola e la spada in ambito prettamente orientale e non connesso con la concezione del Sacro nell’antico Occidente. Se assumiamo le disamine astronomiche, tradizionali e sapienziali di un Tilak, la funzione archetipale di Mithra assurge a riferimento primordiale di quella Tradizione che ha forgiato le grandi civiltà tradizionali d’Oriente e di Occidente, tra cui anche quella nostra e romana.

Ritroviamo Mithra, poi, in un’altra tradizione di origine indoeuropea, precisamente in quella iranica, ove, oltre che nell’antico Iran, anche in zone come la Cappadocia, Commagene, del Ponto e le terra dei Mitanni-hurriti, assume la valenza del Numen tutelare del Patto, del Giuramento: tale caratteristica, non solo valse l’acquisizione di un crisma prettamente guerriero, ma anche, nell’antica Persia, permise che il suo culto diventasse la base del sistema feudale dell’impero. Il contatto con il mondo occidentale e quindi con la Romanità avvenne, con l’espandersi della stessa, ad opera dei legionari, anche se Plutarco nella “Vita di Pompeo” narra di “strani riti” celebrati dai pirati della Licia; il culto entrerà ufficialmente a Roma, poi, solo nel 66 d.C., portatovi da Tiridate, re dell’Armenia, in visita a Nerone.  Il contatto con il mondo greco-romano, con le sue istituzioni misteriche (molte sono le similitudini con i Misteri di Eleusi) e con la filosofia neoplatonica – come dimostrano varie opere di Porfirio -, forgiarono una vera e propria via iniziatica ermetica, riservata a pochi eletti, sempre al riparo nei suoi mitrei, nelle sue grotte sotterranee riservate al culto, che simbolicamente possiamo associare al mito platonico della caverna: Mithra nasce alchimicamente dalla pietra, come la vera Luce cova e si manifesta nell’oscurità della notte. Solo una tarda volgarizzazione potè assimilargli il ruolo di Soter, Salvatore, spesso confuso erroneamente col Cristo, e una statalizzazione , voluta da Diocleziano, Galerio e Licino lo proclamò “Deo Soli Invicto Mithrae fautori imperii sui”, assimilando il culto a quello ufficiale ed imperiale di Helios, introdotto a Roma, da Emesa, da Aureliano.

Mithra è intimamente, profondamente romano, perché prettamente esprimente una marzialità purificata, solare, equilibrata, concependo la Romanità nella sua vera essenzialità, cioè quale variante eroica della Tradizione Primordiale. Non è casuale, infatti, come nel terzo grado del rito iniziatico, che è quello del Miles (Soldato), simboleggiato dallo scorpione, si celebra, tramite la consacrazione a Mithra ed il rifiuto dell’incoronazione umana (“Mithra è la mia corona!”), l’ingresso dell’iniziato nella Milizia Celeste, coloro che combattono per il Fuoco e la Luce, avendo in Marte il proprio nume tutelare. E’ il Dio che esce armato dalla caverna platonica per combattere, con la lancia di Marte, per affrontare un cammino oscuro che non conosce, è l’elemento ferreo che si attiva, l’irrazionale che cerca di purificarsi, la forza guerriera cieca, istintiva, che intraprende la via per la propria purificazione. Nel quarto grado, che è rappresentato dal Leone ed ha come divinità planetaria protettrice Giove, si esplicita la visione dell’essenza solare e cardiaca, di Apollo, tramite il quale continua la purificazione del fuoco interiore, ora manifesto in senso eminentemente filosofico e vittorioso, che si accinge al viaggio iniziatico: non è casuale la funzione che i Leones avevamo all’interno della comunità mithriaca, come custodi, appunto, del fuoco e dell’ara sacrificale.

Quanto espresso, lo si ritrova negli studi più accreditati in materia, come quelli di Stefano Arcella (I Misteri del Sole, Edizioni Controcorrente), di Lodovico Paschetti e Giovanni Costa (Studi sul Mithraismo a Roma, Libreria Editrice Aseq), di Beniamino Di Dario (Il Sole Invincibile, Edizioni di Ar), di Alexander Von Prònay (Mitra, Convivio – Nardini Editore), di Reinhold Merkelbach (Mitra il Signore delle grotte, Ecig), fino ad arrivare a Julius Evola (La via della realizzazione di sé secondo i misteri di Mithra, Fondazione Evola) e soprattutto alla traduzione ed al commento del Rituale mithriaco del “Gran Papiro magico di Parigi”, presente nella prima annata delle monografie del Gruppo di Ur.

Il Nume che sorge dalla pietra nel Solstizio d’Inverno a Primavera, all’Equinozio acquisisce la propria consapevolezza eroica, nel mese di Marte, nel punto cardinale dell’anno in cui la Luce riprende il sopravvento sulle Tenebre. La Forza Taurina è la rinascita dell’Ariete interiore, del gambo che vince la materialità della terra e aspira, dopo un cupo inverno, all’aria ed al Sole, proprio come l’Aquila, simbolo comune di Roma e di Mithra:

“…Forza e fonte di ogni forza, Sole dei Soli. dammi la perseveranza del tuo potente calore, perché nello eterno succedersi delle vite io sia il dominatore della passione ed il signore della illudente incantagione della vita senza vita”

(da Il Canto Ammonio di Giuliano Kremmerz)

Luca Valentini

[1] Alfredo Cattabiani, Calendario, Rusconi Libri, Milano 1991, p. 13 ss.


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Una risposta a Dai Veda indù al Mithra romano: ecco il significato dell’Equinozio di Primavera

  1. rino 20 marzo 2017 a 14:19

    E’ vero che i solstizi rappresentano i momenti culminanti della luce (estate) e dell’oscurità (inverno) però è anche vero che a partire da essi comincia un percorso lento ma inesorabile verso il loro opposto. Dal solstizio d’estate comincia il percorso discendente verso il solstizio d’inverno (che i veda chiamavano porta degli dei – deva yana, non a caso il 25 dicembre festeggiamo il natale..). E dal solstizio d’inverno comincia il percorso ascendente verso il solstizio d’estate (che i veda chiamavano porta degli uomini/eroi – pitri yana): il punto culminante contiene in nuce la radice del fenomeno opposto splendidamente sintetizzato nella simbologia taoista.

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