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Trump all’Onu: un atteggiamento da bullo per mascherare le debolezze americane?

by Mattia Pase
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New York, 21 set – Già nel recente passato, parlando del suo omologo nordcoreano, Donald Trump si era lasciato andare – cordialmente ricambiato – ad atteggiamenti vagamente macchiettistici, minacciando morte e distruzione in stile “Io ti spiezzo in due”. Non gli si poteva chiedere di astenersi da un simile approccio in occasione del suo primo discorso presidenziale alle Nazioni Unite, nella natìa New York, pochi giorni dopo l’ennesima provocazione di Rocket Man (l’uomo missile), azzeccato nomignolo affidato dall’inquilino della Casa Bianca al leader della Corea del Nord. Il risalto mediatico ottenuto da Trump è indubbiamente notevole e sono pochi i quotidiani che, a livello globale, non abbiano sottolineato i toni presidenziali.

Tuttavia, la parte più rilevante del lungo discorso non riguarda l’estremo oriente, quanto piuttosto la situazione mediorientale, area in cui gli Americani sono da anni in grave difficoltà. L’eredità delle disastrose avventure militari di Bush si assomma alla totale incapacità di Obama a trovare il bandolo della matassa, e Trump sentiva il dovere di dire la sua su Siria e dintorni. Le parole riservate dal Presidente all’Iran, vero obiettivo del suo intervento, sembrano peraltro troppo raffinate per essere farina del suo sacco. I suoi ghost writer hanno infatti abilmente confezionato un insieme di menzogne e mezze verità per far apparire l’Iran come causa di ogni male, e per giustificare anticipatamente un nuovo ipotetico impegno statunitense nel mondo arabo.

Mescolando abilmente Iran, Assad e terrorismo islamico, il messaggio è stato chiarissimo. Un “j’accuse” alla politica di Obama, che ha portato l’Iran fuori dall’isolamento internazionale, ha lasciato intendere l’intenzione di impedire la vittoria finale di Assad nella guerra civile siriana. Vittoria che gli Stati Uniti hanno cercato di ostacolare in vari modi, armando dapprima la galassia dei suoi oppositori, che sono in maggioranza legati a gruppi di stampo chiaramente terroristico, e ora che queste milizie non hanno altro orizzonte che lottare per la loro sopravvivenza sponsorizzando le istanze curde, a costo di alienarsi le simpatie, e l’alleanza, della Turchia.

Il modo in cui è stata confezionata la parte relativa al medioriente echeggia vagamente gli interventi dell’allora Segretario di Stato Colin Powell che, sullo stesso palcoscenico cercava di dimostrare che Saddam Hussein, oltre a sostenere il terrorismo islamico (accusa di per sé ridicola, vista la storia personale del lider maximo iracheno), possedeva tonnellate di micidiali armi chimiche, ed era pronto ad usarle contro l’Occidente. Similmente, parlare di Iran come Paese che fomenta il terrorismo, e poi citare, oltre a Hezbollah – movimento politico-militare effettivamente legato a Teheran, ma che non ha alcuna responsabilità negli attentati che da anni funestano l’Europa e l’America – Isis, Al Qaeda, e formazioni simili è sostanzialmente una forma di abuso della credulità popolare. Se non altro perchè i gruppi terroristici che negli ultimi vent’anni hanno colpito Berlino, Parigi, Bruxelles, Madrid, Londra e la stessa New York sono i peggiori nemici dell’Iran, che si è mosso in Siria proprio per evitare che questi gruppi potessero arrivare a prendere il potere a Damasco. Terroristi più o meno direttamente appoggiati dagli Stati Uniti per il tramite degli alleati che Washington sta coltivando in quell’area, Arabia Saudita in primis, e che invece Trump ha apertamente elogiato come valide spalle nella lotta al terrorismo. La chicca è stata la rivendicazione di aver contribuito alla disfatta dell’Isis, che invece risulta essere stato messo sotto scacco, al prezzo di decine di migliaia di caduti, proprio da quel regime siriano che Trump accusa di ogni nefandezza.

Ma è nella prima parte del suo discorso che il Presidente bullo ha lasciato intravedere forti segnali di debolezza, dichiarando che le forze armate americane, grazie a lui, stanno per essere forti come non sono mai state. Quando senti il bisogno di urlare al mondo quanto sei forte, significa che il mondo non ti riconosce più come tale. E le vicende mediorientali, con i continui aggiustamenti di rotta degli ultimi due presidenti, incapaci di imporre la volontà della Casa Bianca come invece era accaduto nella seconda metà del XX secolo, sembrano dimostrarlo.

Mattia Pase

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1 commento

SiDai 21 Settembre 2017 - 6:56

Hai tralasciato la parte in cui dice che i presidenti dei governi dovrebbero essere “sovranisti” e mettere il proprio paese prima degli altri… sovranismo.. le dice qualcosa? Poi per il resto rispetto la sua opinione. Saluti.

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