Roma, 24 mag – Muore giovane chi è caro agli dèi. Soprattutto in Italia, terra figlia di Venere e di Marte: l’amore e la guerra, d’altronde, tendono a bruciare in fretta. A trentacinque anni, età in cui Berto Ricci ha conosciuto l’oscura signora con la falce, impersonata – tra le verdi montagne della Cirenaica e il deserto nordafricano – da un caccia della Royal Air Force, forse si è già in età adulta. O forse no: chi arde nel fuoco della rivoluzione continua sa, meglio di altri, come scherzare con l’inesorabile scorrere del tempo. Così la tagliente penna toscana ritorna, novanta primavere dopo, in tutta la sua attualità: i tipi di Edizioni Imprimere hanno (ri)pubblicato la raccolta Avvisi, ovvero i corsivi scritti dal giornalista fiorentino per L’Universale.
Una coerente fotografia degli anni Trenta
Uscita originariamente postuma nel 1943, l’opera contiene uno spaccato italiano della prima metà degli anni Trenta del Novecento. È il periodo che lo storico Renzo De Felice ha definito del consenso: in questo contesto l’opinione del nostro è una voce sì critica, magari internamente scomoda – qualche uscita ad esempio sollevò rimostranze da parte dell’onorevole Roberto Farinacci – ma comunque positivamente feconda, riassumibile in quel «molto si è fatto, e moltissimo si può fare» che torna più volte nelle sue righe.
Un Berto Ricci che si confronta con le crisi del capitalismo – per la «ricostituzione dell’uomo umano (politico, religioso, produttore) di contro al fantasma dell’uomo economico» – e del cristianesimo. Una Chiesa con meno vizi rispetto al passato ma allo stesso tempo senza più virtù, ridotta a secondina dello spirito: un potere che ha smesso di parlare alle anime per amministrarne i comportanti.
Dure critiche vengono riservate anche al nazionalismo spicciolo («Senza Mussolini noi saremmo ancora pieni d’ire sterili contro i tedeschi, gli austriaci, gli ungheresi») definito, senza mai offrire stampelle a quanto ancora rimasto del vecchio Occidente liberale, «patriottismo superstizioso». Un sistema piuttosto da superare custodendo solamente «il cardine eterno, e cioè il rispetto e la funzione della personalità umana: principio mediterraneo, anteriore al cristianesimo, e dal cristianesimo accolto come sopravvivenza imperitura di paganità fino ad esser ripreso dal Rinascimento italiano».
Avvisi, dalla geopolitica alle questioni interne
A proposito del mare nostrum osserva Ricci: «Noi siamo quaranta e più milioni d’uomini chiusi fra Malta e la Corsica, Cattaro e Corfù. Siamo un serbatoio di potenza che attende di esplodere contro gli usurpatori del Mediterraneo». La capacità di agire, produrre un effetto e imporsi – unica via per prolungare il Risorgimento «dentro e fuori» dai confini italiani – va di pari passo con la questione del primato, condizione sine qua non per poter parlare di unità europea.
L’assoluto politico ha un nome preciso. Ovvero l’impero: se da una parte «Nazione e patria voglion dir molto ma non tutto» anche il termine «Stato, per quanto fascista, ci richiama sempre alla mente i francobolli i treni e l’ottimo ma non epico maresciallo dei carabinieri che incontriamo tutte le mattine».
Va da sé che politica ed economia, in questo rigoroso ordine, debbano intrecciarsi, ma senza mai coincidere. E allora l’apparato pubblico può far molto ma non deve fare tutto: l’iniziativa privata ha dei precisi doveri, anche in ottica di indipendenza e sviluppo nazionale. Ricci definisce «antifascista indifferenza» quella di chi potrebbe investire ma non lo fa, campando di rendita.
Una rivoluzione per l’Italia
Un altro antifascismo, quello morale, viene descritto in chi scambia la «servilità vilissima» di chi «approva ogni cosa» in fedeltà all’Idea. Il rispetto della gerarchia d’altronde non nega il dovere della parola.
Nei proiettili d’inchiostro vergati negli Avvisi un’altra pietra angolare è la definizione del concetto di rivoluzione italiana. Da queste parti muove «dalle province sulla metropoli mentre in Francia e in Russia avvenne l’opposto». Ma, soprattutto «l’aggettivo “italiana” non è minimamente inferiore d’importanza al sostantivo “rivoluzione”» perfettamente equidistante «dal logoro internazionalismo degl’iloti quanto dallo stolido sciovinismo delle menti corte e delle anime isteriche».
Un passo indietro, alle ferite non ancora cicatrizzate del primo conflitto mondiale, «vincitori di Vittorio Veneto ma anche i vinti di Versailles». Illogica e miracolosa, l’Italia è il «divino regno dell’imprevisto» la cui storia non si può misurare in cifre: il metro è l’istinto, la volontà di potenza e il primato.
La questione della modernità
Interessanti le riflessioni culturali sui difetti – ancora oggi da correggere – del modo di pensare, quindi di agire, degli italiani. Brutte abitudini facilmente constatabili che ci fanno «fare, cioè, quel che si fa all’estero, ma un po’ più tardi, un po’ meno, e più (eccolo il nostro amato avverbio) moderatamente». La soluzione? Non di certo rinchiudersi dentro ai propri confini geografici, quanto piuttosto concepire lo spazio dell’altro da sé come «indispensabile campo d’assorbimento e di espansione».
L’esistenza come scelta, quindi lotta. Perché come scriveva il giovane Berto nel manifesto fondativo dell’Universale «Sta al nostro secolo ridare alla mente italiana l’abito della vastità, l’amore e l’ardire, il dominio dei tempi e delle nazioni. Chi intende questo sarà con noi». Allora come oggi.
Marco Battistini