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Ceuta e il debunking dei semicolti: quando il fact-checking serve a non capire i fatti

by La Redazione
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Roma, 31 lug – Ogni crisi che occupa per più di qualche ora l’attenzione pubblica ha ormai il suo rituale. Prima arrivano le immagini, poi i numeri, infine i debunker. Ed è forse quest’ultima la fase più interessante, perché davanti a ciò che sta accadendo a Ceuta si è mobilitato un piccolo esercito di semicolti deciso a spiegare agli altri che non hanno capito niente.

Le formule sono sempre le stesse: «Ceuta non è Europa, sta in Africa», «cosa volete fare, mettere i cancelli sul mare?», «prima di ieri non sapevate nemmeno dove fosse», «nessun essere umano è illegale». Fino alla versione apparentemente più sofisticata, quella di Carlo Calenda: chi entra a Ceuta, sostiene, «non può entrare in Ue» e muoversi secondo i parametri di Schengen. Il tutto, naturalmente, «per evitare discussioni inutili, slogan e propaganda». Peccato che il fact-checking abbia bisogno, prima di tutto, dei fatti.

Ceuta è in Africa. E quindi?

Cominciamo dalla scoperta geografica del secolo: Ceuta si trova in Africa. Vero. Come la Guyana francese si trova in Sudamerica. Il problema è che la geografia fisica non stabilisce l’appartenenza politica di un territorio. Ceuta è una città autonoma spagnola e i Trattati europei vi si applicano, con alcune deroghe specifiche. Lo stabilisce già l’Atto di adesione della Spagna alle Comunità europee. Dire che chi entra a Ceuta «non entra nell’Ue» è quindi semplicemente falso: Ceuta è territorio dell’Unione europea. Che non appartenga al territorio doganale dell’Ue è un’altra questione, che riguarda merci e fiscalità e non trasforma magicamente la città in territorio extracomunitario. La Commissione europea è ancora più esplicita: l’acquis di Schengen si applica all’intero territorio spagnolo, «incluse le città di Ceuta e Melilla», e il confine tra queste città e il Marocco costituisce una frontiera esterna dello spazio Schengen. Fine del debunking.

Calenda ha ragione su una cosa. Ma non su quella che crede

Esiste effettivamente un regime speciale. Chi parte da Ceuta o Melilla verso la Spagna peninsulare o un altro Paese Schengen è sottoposto a controlli di identità e documenti. Questo serve anche a impedire che l’ingresso materiale nell’enclave equivalga automaticamente alla possibilità di salire su un traghetto e presentarsi senza controlli a Madrid, Parigi o Milano. Ma da qui a sostenere che l’emergenza di Ceuta non riguardi l’Europa perché gli arrivati sarebbero rinchiusi in una specie di anticamera africana ce ne passa. Anzi, c’è un particolare che i nostri dimenticano. Nel 2020 il Tribunal Supremo spagnolo ha stabilito che i richiedenti asilo di Ceuta e Melilla, una volta ammessa all’esame la domanda di protezione internazionale, hanno diritto a circolare nell’intero territorio spagnolo e non possono essere confinati nelle due città autonome per il semplice fatto di aver presentato lì la richiesta. Dunque: non esiste la libera circolazione automatica per chiunque scavalchi una recinzione, certo. Ma non esiste nemmeno la barriera impermeabile evocata dai nostri aspiranti maestrini.

«Mettiamo i cancelli sul mare?»

Poi arriva l’argomento definitivo: «Cosa volete fare, mettere i cancelli sul mare?». È difficile capire come rispondere senza risultare offensivi. Gli Stati controllano i confini marittimi da secoli. Possiedono marine militari, guardie costiere, radar, pattugliatori, accordi di riammissione, sistemi di sorveglianza e polizie di frontiera precisamente perché un confine non smette di esistere quando incontra dell’acqua. Nessuno propone un cancello galleggiante nello Stretto di Gibilterra. Si discute se uno Stato abbia il diritto e soprattutto la volontà politica di impedire l’ingresso irregolare nel proprio territorio.

Un altro classico del repertorio: nessun essere umano è illegale. Naturalmente. Nemmeno un automobilista è «illegale». Può però guidare illegalmente, attraversare illegalmente un confine o trovarsi irregolarmente sul territorio di uno Stato. È per questo che lo stesso diritto europeo parla di attraversamento irregolare delle frontiere, ingresso illegale e soggiorno irregolare. Il gioco linguistico consiste nel confondere deliberatamente la dignità della persona con la legalità di un comportamento. Può funzionare su uno striscione, molto meno come argomento per essere presi sul serio.

Il vero problema è ciò che non vogliono discutere

E arriviamo così al punto. Tutte queste obiezioni hanno qualcosa in comune: non affrontano mai ciò che è successo. Decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore una frontiera esterna dell’Unione europea. La questione seria è questa. Non dove si trovi Ceuta sull’atlante. Non quanti italiani conoscessero la sua storia la settimana scorsa. Non se un essere umano possa essere ontologicamente clandestino. La questione è chi controlla il confine. E il paradosso è che proprio coloro che accusano gli altri di fare propaganda sono costretti a rifugiarsi nello slogan appena la realtà diventa politicamente scomoda. Geografia scambiata per diritto, battute e giochi di parole, tecnicismi su Schengen utilizzati per negare che una frontiera europea sia stata travolta.

Perchè il semicolto contemporaneo non ignora necessariamente i fatti. Spesso è qualcosa di peggio: conosce mezzo fatto e lo utilizza per non vedere l’intero quadro. È poi, soddisfatto, ci spiega che lo fa per «evitare slogan e propaganda».

Vincenzo Monti

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