Roma, 10 ago – Chiamarle “piramidi polacche” è efficace, ma rischia di portare fuori strada. Nei pressi del villaggio di Wyskoć, nella Grande Polonia, gli archeologi dell’Università Adam Mickiewicz di Poznań hanno confermato l’esistenza di due monumentali tombe del Neolitico costruite circa 5.500 anni fa dalla Cultura del Bicchiere Imbutiforme, o Funnel Beaker Culture. Non sono piramidi nel senso egizio del termine: sono lunghissimi tumuli di terra e pietra, dalla caratteristica pianta trapezoidale, appartenenti alla tradizione dei cosiddetti grobowce kujawskie, i “sepolcri kujaviani”. Ma proprio liberata dal paragone con Giza, la scoperta diventa molto più interessante. Perché ci costringe a guardare un’Europa che esisteva prima della Storia come siamo abituati a raccontarla.
Le “piramidi” nascoste sotto i boschi
Le strutture di Wyskoć erano state individuate attraverso l’analisi del paesaggio e il telerilevamento. La verifica archeologica di entrambe e lo scavo di una delle due hanno confermato nel 2025 che si trattava di lunghi tumuli funerari della Cultura del Bicchiere Imbutiforme, databili al IV millennio a.C. L’UAM li definisce esplicitamente “megaliti”, ricordando anche i loro nomi popolari: “piramidi polacche” o “letti dei giganti”. Il modello è noto: una larga fronte monumentale rivolta generalmente verso est, originariamente delimitata da grandi pietre, e un corpo di terra che si restringe progressivamente verso occidente. Alcuni esemplari della stessa tipologia possono avvicinarsi ai 200 metri di lunghezza.
La vera novità, però, non sono soltanto due tombe. Fino a pochi anni fa la Grande Polonia costituiva una sorta di vuoto nella carta della monumentalità Funnelbeaker. L’impiego sistematico del LiDAR, capace di leggere minime variazioni del terreno anche sotto la vegetazione, ha modificato radicalmente la situazione. Uno studio di Danuta Żurkiewicz e Jacek Wierzbicki pubblicato su Fontes Archaeologici Posnanienses ha sottoposto a verifica 33 potenziali monumenti raggruppati in undici necropoli della regione. Ciò che sembrava assente era, almeno in parte, semplicemente diventato invisibile nel paesaggio. È già questo un primo elemento sul quale vale la pena soffermarsi. Non stiamo riportando alla luce soltanto qualche sepoltura isolata, ma pezzi di un paesaggio monumentale neolitico che attraversava l’Europa centro-settentrionale.
Prima delle piramidi, prima della scrittura
Qui il confronto con Giza può tornare utile, purché usato correttamente. Le grandi piramidi egizie appartengono al III millennio a.C.; i monumenti di Wyskoć sono precedenti. Ma ancora più antiche sono altre manifestazioni del megalitismo europeo. Nel 2019 l’archeologa Bettina Schulz Paulsson, analizzando 2.410 datazioni al radiocarbonio attraverso modelli bayesiani, ha proposto su Proceedings of the National Academy of Sciences che le prime tombe megalitiche europee siano comparse nella seconda metà del V millennio a.C., con un ruolo iniziale della Francia nord-occidentale e una successiva diffusione attraverso reti di comunicazione soprattutto marittime. È una ricostruzione che ha aggiornato il vecchio dibattito sulle origini del megalitismo: non più un’Europa che riceve tardivamente l’idea della monumentalità dall’Egitto o dal Vicino Oriente, ma un fenomeno sviluppatosi all’interno dello spazio europeo, per poi circolare tra comunità diverse. È importante capirne la portata. L’inizio convenzionale della “Storia” viene normalmente collegato all’apparizione della scrittura. In Mesopotamia le più antiche tavolette proto-cuneiformi compaiono alla fine del IV millennio a.C., attorno al 3300-3200 a.C.
Ma quel confine è un criterio documentario, non il momento magico nel quale l’umanità diventa improvvisamente complessa. Quando a Uruk cominciano a comparire i primi sistemi di registrazione scritta, in varie parti d’Europa esistevano già da secoli — e in alcuni casi da più di un millennio — comunità capaci di progettare monumenti, mobilitare forza lavoro, modificare il territorio e costruire spazi destinati alla memoria dei morti e degli antenati. Non avevano scrittura, città-stato o burocrazie paragonabili a quelle mesopotamiche. Ma “preistorico” non significa per questo “primitivo”.
Una società senza Stato non è una società senza politica
Questo è forse l’aspetto più interessante delle tombe di Wyskoć. Per seppellire un uomo non servono cento o duecento metri di terrapieno. La sproporzione tra funzione materiale della tomba e investimento necessario alla sua costruzione ci dice che il monumento aveva una funzione che andava molto oltre la conservazione del corpo. Artur Golis, uno dei ricercatori coinvolti nella scoperta, ha sottolineato come le comunità Funnelbeaker vengano generalmente considerate relativamente egualitarie, ma alcuni individui ricevessero comunque un trattamento funerario particolare. Ha evocato, a titolo interpretativo, figure come il capo, il sacerdote o lo sciamano. Non possediamo naturalmente un registro delle cariche pubbliche del Neolitico e sarebbe scorretto trasformare queste categorie in titoli realmente attestati. Il dato archeologico resta però eloquente: non tutti i morti diventavano monumenti. Questo significa che esistevano memoria selettiva, prestigio e capacità di mobilitazione collettiva. E dunque esisteva, nel significato antropologico più elementare del termine, anche una dimensione politica: decisione, autorità, cooperazione, appartenenza e organizzazione delle risorse.
Lo stesso vale per la religione. Non conosciamo i nomi degli dèi dei Funnelbeaker e non possiamo ricostruire una teologia che non ci è stata tramandata. Ma una comunità che consacra una quantità enorme di lavoro alla monumentalizzazione dei morti ci mostra un mondo nel quale il rapporto con gli antenati, con il territorio e con la morte possedeva evidentemente una dimensione pubblica e rituale. Gli studi genetici condotti su altri monumenti megalitici dell’Europa settentrionale e occidentale hanno inoltre rilevato, in diversi casi, stretti rapporti di parentela tra gli individui deposti nelle stesse tombe, suggerendo che discendenza e appartenenza familiare potessero contribuire a organizzare l’accesso allo spazio funerario monumentale. Non possiamo proiettare automaticamente questo modello su Wyskoć, dove manca per ora un campione umano equivalente, ma il confronto mostra quanto la monumentalità neolitica fosse intrecciata alla struttura sociale.
Un territorio organizzato tra vivi e morti
Una scoperta pubblicata dall’UAM appena poche settimane fa permette di vedere ancora meglio questo mondo. Nel vicino sito di Sobota, anch’esso nella Grande Polonia, cinque enormi sepolcri della stessa tradizione raggiungono i 145 metri. Analisi paleoekologiche pubblicate nel 2026 sul Journal of Archaeological Science hanno ricostruito l’ambiente nel quale vivevano i loro costruttori. Uno dei momenti principali di edificazione viene collocato attorno al 3660 a.C. Pollini, carboni e sedimenti mostrano comunità che praticavano agricoltura e allevamento, intervenivano selettivamente sui boschi e utilizzavano il territorio senza trasformarlo semplicemente in una grande area disboscata. Ancora più significativo è che gli indicatori delle attività agricole e pastorali compaiono immediatamente accanto alla necropoli. Gli stessi ricercatori parlano della vicinanza tra sacrum e profanum: pascoli, campi, acqua e tombe monumentali appartenevano a un unico paesaggio vissuto.
Non bisogna immaginare quindi le “piramidi polacche” come misteriosi templi perduti nel nulla. Erano probabilmente centri permanenti della memoria all’interno di territori abitati e sfruttati, punti attraverso i quali una comunità poteva riconoscersi e forse affermare la propria continuità sullo spazio. È difficile trovare qualcosa di più politico di questo, anche in assenza di palazzi e mura cittadine.
L’Europa che gli Indoeuropei trovarono
Ed è qui che Wyskoć acquista il suo significato più ampio. L’arrivo delle popolazioni legate alle migrazioni indoeuropee non avvenne in un continente culturalmente vuoto. Quando quella grande trasformazione investì l’Europa centrale e settentrionale, esisteva già un mondo agricolo formatosi e trasformato nel corso di millenni, nel quale popolazioni di origine neolitica e cacciatori-raccoglitori europei si erano incontrati, mescolati e avevano prodotto nuove culture. Il mondo Funnelbeaker era uno dei risultati di quella lunga storia. Il caso danese è particolarmente istruttivo. Uno studio pubblicato su Nature nel 2024, fondato su cento genomi antichi, ha documentato prima il grande cambiamento demografico coincidente con la neolitizzazione e poi, circa un millennio più tardi, un secondo quasi completo ricambio della popolazione con l’arrivo di gruppi dotati di forte ascendenza steppica, associati alla Single Grave Culture, espressione regionale del mondo Corded Ware. Gli stessi individui Funnelbeaker di Danimarca, Svezia e Polonia mostrano legami genetici reciproci e una combinazione di ascendenza dei primi agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori europei.
La formazione dell’Europa è il risultato di successive stratificazioni, ma non di una continua cancellazione delle popolazioni precedenti. Cacciatori-raccoglitori, agricoltori neolitici e popolazioni della steppa confluirono progressivamente in un patrimonio comune le cui componenti fondamentali sono ancora riconoscibili negli europei contemporanei. In questo senso Wyskoć appartiene non a un’Europa scomparsa, ma a uno degli strati profondi e permanenti della nostra stessa storia biologica e culturale.
La civiltà prima della “civiltà”
Con le dovute accortezze, allora, parlare di una civiltà megalitica europea non significa inventare un popolo di sana pianta. Significa riconoscere l’esistenza di un orizzonte umano e culturale comune, declinato da comunità differenti, che dal Mare del Nord e dal Baltico fino all’Atlantico e al Mediterraneo seppe affidare alla pietra il rapporto con i morti, con gli antenati, con il territorio e probabilmente con il sacro. Se per “Storia” intendiamo soltanto ciò che comincia quando qualcuno incide dei segni contabili sull’argilla, allora essa nasce nella mezzaluna fertile. Ma se intendiamo la capacità dell’uomo di costruire memoria, organizzare comunità, sacralizzare uno spazio e lasciare consapevolmente la propria presenza alle generazioni successive, la nostra storia comincia molto prima del cuneiforme o del papiro: comincia con enormi blocchi di pietra incastonati nel paesaggio da una società gerarchica capace di sforzi collettivi enormi. È per questo che, come ha scritto Andrea Anselmo, riscoprire il megalitismo significa «riconoscere che la memoria più antica non sempre si trova scritta nei libri, ma incisa nella materia del paesaggio». Così come nel 1995 la scoperta del cerchio di Goseck in Germania aveva riscritto la storia degli osservatori solari preistorici, Wyskoć aggiunge oggi un altro frammento a una memoria silenziosa ma potente: sotto i boschi della Polonia riaffiora un’Europa che non ha lasciato parole, ma possedeva già religione, organizzazione, gerarchie, memoria e una propria idea di eternità.
Sergio Filacchioni
Riferimenti essenziali
- Danuta Żurkiewicz e Jacek Wierzbicki, Insights from the studies on the architecture of megalithic tombs in Greater Poland, Fontes Archaeologici Posnanienses, 60, DOI 10.34868/FAP.60.003.
- Bettina Schulz Paulsson, Radiocarbon dates and Bayesian modeling support maritime diffusion model for megaliths in Europe, PNAS, 2019.
- Daniel M. Fernandes et al., A genomic Neolithic time transect of hunter-farmer admixture in central Poland, Scientific Reports, 2018.
- Anna Linderholm et al., Corded Ware cultural complexity uncovered using genomic and isotopic analysis from south-eastern Poland, Scientific Reports, 2020.
- Morten E. Allentoft et al., 100 ancient genomes show repeated population turnovers in Neolithic Denmark, Nature, 2024.
- F. Sánchez-Quinto et al., Megalithic tombs in western and northern Neolithic Europe were linked to a kindred society, PNAS, 2019.
- Danuta Żurkiewicz et al., studio paleoekologico sul complesso megalitico di Sobota, Journal of Archaeological Science, 2026, DOI 10.1016/j.jas.2026.106624.
- Andrea Anselmo, Alle origini della civiltà megalitica europea, Istituto Eneide, 2025