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Roma, 4 ago – E’ difficile stabilire il prezzo che la comicità italiana ha pagato al politicamente corretto: voi penserete che non crollerà il mondo se Jerry Calà non potrà più fare alcune delle sue battute pecorecce, se Christian De Sica dovrà riscoprirsi intellettuale o se qualche “bonona” dovrà limitarsi a fare le foto su Instagram invece di interpretare l’oggetto della turpitudine di Massimo Boldi. Ma non è così, perché non è questione di buon gusto bensì di libertà d’espressione: ed oggi, con la nuova “normativa vigente” non si ha più la facoltà di essere volgari e stupidi perché il rischio di offendere qualche minoranza è sempre dietro l’angolo. Per questa ragione d’estate, noi italiani, siamo costretti a ricorrere a vecchie commedie in cui possiamo, tra una fetta di cocomero e una Peroni gelata, dare libero sfogo al becero che è in noi, al becero con cui siamo cresciuti senza diventare per questo sacrificatori di bambini o trogloditi. In un’epoca dominata dalla dipendenza dai social network, non sarà una commedia di Vanzina il peggior attentato alle nostre sinapsi.

5) Selvaggi (1995) Carlo Vanzina

Quando pensate a Selvaggi pensate a tutte le canzoni colonna sonora dei villaggi vacanze della vostra infanzia o adolescenza. Un gruppo di italiani persi su un’isola tropicale interpretano i cliché dello Stivale: Ezio Greggio fa lo yuppie milanese, Emilio Solfrizzi il provinciale pugliese, Leo Gullotta fa Leo Gullotta, Monica Scattini è l’eterna snob toscana e così via. Nota di difformità dal resto dei personaggi della commedia vanziniana classica, i personaggi di Cinzia Leone e Antonello Fassari, i due romani non coatti ma assolutamente medi in cui il marito nutre una vera e propria ossessione (negativa) per Silvio Berlusconi. Tutti scopriranno qualcosa di loro stessi, o forse una morale vera non c’è, ma il film è divertente come solo il 1995 poteva essere, perché solo nel 1995 una battuta come “Mario, adesso non ti incazzare, ma lo sai chi ha una villa qui? Berlusconi, Mario!” poteva far ridere, giusto? E invece no. Berlusconi esiste ancora e la battuta funziona.

4) Fratelli d’Italia (1989) Neri Parenti

Questo film è composto da tre episodi con tre protagonisti diversi; non hanno alcuna connessione tra di loro se non quella di una vettura a noleggio. Quello che più ci preme riportare in questa classifica, con grande episodio dei due episodi restanti che vedono per protagonisti Jerry Calà e Massimo Boldi, è il primo episodio, quello con Christian De Sica. Il mattatore dei cinepanettoni italiani interpreta Cesare, commesso romano che sogna liaison con Carolina di Monaco pronto a partire per la Sardegna col suo gruppo di imbarazzanti amici coatti. Qui viene scambiato per un ricco erede di un famoso industriale; verrà accolto a bordo del panfilo di Turchese, ricca e di lignaggio anche lei, e della sua famiglia. Tra i personaggi di spicco come non ricordare l’architetto omosessuale ed eccentrico, la ragazza brutta e perennemente arrapata che concupisce il povero Cesare e la vecchia ingioiellata a cui tutti portano i propri rispetti con la erre moscia. Cesare in Costa Smeralda scoprirà che la vita dei ricchi è ben fatua. Il dialogo tra l’architetto che dice al giovane romano: “Io l’ho sempre saputo che eri un sòla” e la risposta di Cesare: “E io l’ho sempre saputo che eri un frocio!” adesso sarebbe oggetto di interrogazioni parlamentari.

3) Piccolo grande amore (1993) Carlo Vanzina

Non giriamoci intorno, Piccolo grande amore è un film brutto. Ma anche questo film racchiude alcuni dei migliori pezzi musicali degli anni novanta. La trama è ridicola: Sofia, principessa del Liechtenhaus, piccolo paese immaginario dell’Europa centrale (già questo particolare oggi tra serie televisive impegnate e reality vi farebbe cambiare canale), viene obbligata a sposare il principe Frederick di Sassonia, pingue, stolto, pallido. Fugge, di tutti i posti del mondo, in un villaggio turistico in Sardegna. Qui, in incognito, viene assunta come barista e trova anche un’amica, che a differenza sua è la classica italiana mora e chiattona e per questo Vanzina vi ringraziamo per la considerazione. In una scena che ha sicuramente segnato generazioni di italiane, c’è Raul Bova che a stile farfalla nell’azzurro mare di agosto raggiunge la spiaggia sulle note paradisiache di una canzone di Enya lasciando la principessa Sofia chissà perché sempre più convinta di non volersi piegare ad un matrimonio combinato. Bova ha l’espressività di un paramecio per gran parte del film, in questo film pressoché nessuno è in grado di dire due battute risultando credibile, eppure ha incassato 3.538.303.000 di lire. Sì, senza principesse femministe che si riscattano da sole facendosi crescere i baffi e difendendo la Sardegna dai cambiamenti climatici.

2) Rimini Rimini (1987) Sergio Corbucci

Cosa si può dire di Rimini Rimini? Anzitutto, di nuovo, la musica è protagonista del film tanto quanto gli attori: Righeira, Giuni Russo, l’italo disco dei Fratelli La Bionda e di Ivana Spagna. Nel film di Corbucci c’è tutta l’umanità varia e variegata della riviera romagnola di quegli anni, l’immancabile cialtrone Jerry Calà, l’insolito Paolo Villaggio buon’anima nella veste del censore poi innamorato di Lola, la bombastica Serena Grandi, per cui perde la testa; Eleonora Brigliadori, grande meteora ottanta/novanta che interpreta una donna sedotta da un improbabile culturista. Un cast variopinto che va da Adriano Pappalardo Sylva Koscina. Probabilmente ogni personaggio è una macchietta: l’ingegnere interpretato dal gigantesco Paolo Bonacell è il simbolo dell’Italia del benessere, caciarona e senza nostalgie del passato.

1) Sapore di mare (1983) Carlo Vanzina

Il film è un classico degli anni ottanta ma già all’epoca era un’operazione nostalgia, essendo ambientato nel 1965 a Forte dei Marmi. Qui si incrociano le storie di vari personaggi: c’è lo spensierato Luca (Calà) che vive una storia d’amore con la napoletana Marina, il fratello di questa che si innamora di Susan, a sua volta fidanzata col “vincente” Felicino (De Sica) e la miss Robinson de noantri, la signora Adriana, interpretata dalla magnifica Virna Lisi, moglie annoiata che si lascia sedurre per gioco dal giovane ed inesperto Gianni. Ma, come dice la canzone di Paoli da cui prende il titolo film, il “Sapore di mare” è “Un gusto un po’ amaro di cose perdute”. L’estate si conclude in fretta e con lei le sue illusioni, specialmente quelle di Marina, abbandonata da Luca per la sua ragazza “ufficiale” e rimasta in attesa di una lettera da lui che non arriverà mai. Il finale è ambientato diciotto anni dopo, nell’epoca in cui il film viene girato: tutti i protagonisti del film si ritrovano nella stessa cornice del 1965. Tra gli incontri più commoventi, sulle note dCeleste nostalgia di Riccardo Cocciante, sicuramente quello tra Luca e Marina. Scioglierebbe il cuore ad un impiegato dell’Agenzia delle Entrate. Alla faccia della leggerezza; pure per essere malinconici bisogna essere un po’ stupidi.

Ilaria Paoletti

 

 

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