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convegno logos sovranitàMilano, 6 mag – Se si dovessero riassumere i contenuti emersi nel convegno “Tra sovranità e globalizzazione – Nuovi scenari geopolitici in Europa e negli USA”, tenutosi lo scorso 4 maggio presso l’Hotel dei Cavalieri in Milano con l’organizzazione della rivista Logos in collaborazione con la redazione italiana dell’agenzia statunitense Breitbart (quest’ultima riferibile a Steve Bannon, considerato l’“anima nera” di Trump), si potrebbe dire che il fronte sovranista italiano, europeo ed americano è in grande fermento e sa individuare le sfide dell’attualità politica e sociale ma, a causa delle difficoltà di saldarsi su solide basi comuni (culturali ancor prima che metodologiche), si palesa in grave ritardo nella definizione delle linee d’azione necessarie per essere all’altezza dell’avversario fronte globalista.

L’incontro, moderato da Gianluca Savoini, ha registrato l’intervento di personaggi provenienti dal mondo della politica (come Ted Malloch, designato da Trump quale Ambasciatore statunitense presso l’UE, e Giulio Tremonti, ex Ministro delle Finanze), della cultura (Giuseppe Valditara, docente presso l’Università degli Studi di Torino e direttore della rivista Logos) e dell’informazione (come Thomas Williams, di Breitbart Italia, e Marcello Foa, direttore generale di TImedia).

L’introduzione della discussione è spettata al professor Valditara che, attingendo dalla storia romana, ha ricordato come tutta la storia sia attraversata dal conflitto (talora composto, altre volte irrisolto e cruento) tra le élites oligarchiche e il popolo, che tutt’ora si ripresenta nel disagio – sbrigativamente liquidato come populismo – espresso da sempre più larghe fasce della popolazione nei confronti dell’architettura politica disegnata dai grandi gruppi finanziari e sorretta dall’impianto ideologico della religione dei diritti umani, che, lungi dall’essere una garanzia di libertà si risolve in uno strumento di oppressione. In particolare, con riferimento all’ideologia dei diritti umani, Valditara ha mostrato come il fenomeno delle migrazioni di massa degli ultimi anni – benché giustificato come manifestazione della naturale libertà di circolazione – deve considerarsi a tutti gli effetti il metodo prescelto per imporre il cosmopolitismo in Europa, come si evince anche dal lessico utilizzato dalla propaganda corrente (si è ricordato, in proposito, come la metafora dell’“abbattimento dei muri” si ponga in aperto contrasto con la simbologia e con la tradizione romana, in cui l’erezione dei muri costituiva il momento fondativo non solo di una città, ma di una civiltà, garantendo una difesa, fisica e culturale, a chi vi era racchiuso; in questo senso, è stato infine aggiunto, chi sostiene la difesa dei confini compie un atto di «generosità verso le future generazioni»).

In termini simili, benché declinati in chiave politica ed economica, si è espresso Tremonti, che ha rimarcato come il populismo sia la «talpa» che mina le fondamenta della «cattedrale ideologica della globalizzazione», volta all’affermazione di un mondo nuovo e di un uomo nuovo attraverso la rimozione del passato e di ogni altro ostacolo al pieno sviluppo del mercato, che conduca ad un nuovo modello fondato sul consumo e sulla standardizzazione. Tale ingegneria sociale livellante opera, com’è palese nel caso dell’Unione Europea, mediante una concentrazione di decisioni ed una iper-regolamentazione da parte di organismi sovranazionali che concretizzano il manifesto ideologico e programmatico del globalismo, nei cui confronti la classe politica italiana ha mostrato la sua propensione alla sottomissione, mettendo per iscritto in Costituzione la propria rinuncia ad ogni sovranità nazionale.

Accanto all’impostazione di Valditara e di Tremonti, che si potrebbe dire frutto di un’impostazione “europea” della questione della sovranità, si è affiancata l’impostazione “americana” di Malloch e di Williams, i cui interventi hanno tradito una sensibile impronta “individualistica”. E così, mentre Malloch ha ripercorso, dati alla mano, i primi cento giorni di presidenza Trump, ha ribadito gli impegni in agenda (tra cui la revisione dell’Obamacare, la costruzione del muro al confine con il Messico, la ristrutturazione dell’esercito, il rinnovato impegno verso la NATO «non obsoleta», la destrutturazione della burocrazia statale e, infine, l’intenzione di stabilire un dialogo con la Russia sebbene non siano previsti a breve ripensamenti sulle sanzioni) e ha indicato l’obiettivo principale della riaffermazione della centralità nazionale delle decisioni a discapito di quella sovranazionale, Williams ha impostato il proprio esame della dialettica sovranismo vs globalismo alla luce del principio di sussidiarietà, affermando come la vittoria elettorale di Trump sia la manifestazione della ribellione dell’uomo alle regolamentazioni che limitano la libera iniziativa e la creatività individuale («Yet a world where everything has been discovered, thought out, decided and predetermined is ultimately a boring and claustrophobic world, a world that stifles and destroys the creativity of the human spirit. The Trump revolution is ultimately a reaction to this control»). In termini analoghi, sempre secondo Williams, deve leggersi l’insofferenza delle nazioni europee verso il processo di integrazione portato avanti dall’Unione Europea, che viene vissuto come un atto di violenza verso le peculiarità nazionali («Attempts to homogenize European norms and regulations so that all members states look and act alike do violence to the rich history and individuality of each people and culture – and deprive Europe and the world of the creativity that lies within these dynamic traditions»).

E’ evidente, almeno a parere di chi scrive, il solco tra la concezione europea e quella americana di sovranità: l’una avverte la necessità di un approccio comunitario, la riscoperta di un destino condiviso su ciò che è l’uomo e il popolo, mentre l’altra concepisce l’esigenza assoluta dello “spazio libero” in cui il singolo (sia esso lo Stato o l’uomo) possa liberamente determinarsi, scevro da ogni vincolo; ovvero si ripropone la differenza (esprimendosi in termini para-nietzschiani) tra l’essere liberi “da che cosa” – tipico dell’esperienza americana – e l’essere liberi “per che cosa”, sentimento tragico che accomuna le identità europee.

Ad ogni modo, un elemento comune tra le diverse esperienze è stato rinvenuto da Foa nella costante delegittimazione politica perpetrata dai principali mass media nei confronti dei populismi, esprimendo in proposito il proprio scetticismo sulla possibilità per i movimenti sovranisti di riuscire ad affermarsi, almeno nel breve periodo. Infatti, mancherebbe tra i populisti quel grado di comprensione verso i metodi di condizionamento del pensiero e dell’informazione di cui le élites globaliste si servono e che sono in grado di mutare; dunque, ad ogni passo in avanti fatto dai sovranisti corrisponde un’ulteriore sviluppo del grado di condizionamento dell’opinione pubblica e dell’attivismo politico (in questo senso, la più recente campagna contro le cd. fake news è l’evoluzione dell’ostracismo dei centri di potere globalisti nei confronti dei populisti che, ad un certo punto, erano riusciti ad aggirare, anche grazie ai social network, la propaganda avversa); ed anche laddove tutti questi ostacoli comunicativi fossero superati (come nel caso Trump, oppure come potrebbe eventualmente accadere in Francia con Le Pen), resterebbe ancora la carta dell’immobilismo politico (ostruzione del deep state) e della sobillazione di disordini sociali, situazioni di difficile gestione soprattutto per coloro che sono illusi di poter detenere effettivamente il potere attraverso una vittoria elettorale.

Come si evince dai vari interventi, il progetto sovranista è ancora in itinere: vi è bisogno, ora come non mai, di animi irriducibili, idee ferme e competenze. Ma soprattutto emerge il bisogno, almeno per chi scrive, di una più definita e condivisa (se non oltreoceano, quanto meno entro i confini nazionali ed europei) concezione di identità, che non sia esclusivamente intesa come una possibilità di autodeterminarsi, politicamente ed economicamente, nel presente, né un feticcio folkloristico e reazionario, ma che invece abbia la costanza per rimettere in moto la Storia e per riaccettare l’impegno della Tradizione; diversamente, i fermenti populisti del terzo millennio saranno condannati a restare subalterni, ovvero ad essere assorbiti (essendo quindi tracciabili solo “per differenza” su questioni puramente marginali) da un disegno progressista in pieno compimento, senza la possibilità che si venga a ricreare quella tensione positiva che consente la periodica alternanza e rigenerazione tra élites e popoli.

Stefano Beccardi

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