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“Abbiamo fatto il nostro dovere”. La Battaglia del pastificio raccontata da chi c’era

by La Redazione
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Roma, 2 lug – Oggi ricorre il ventiseiesimo anniversario della “Battaglia del pastificio”, il primo scontro armato che ha coinvolto le nostre Forze Armate dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il 2 luglio del 1992 a Mogadiscio i nostri soldati caddero in una imboscata operata da alcune centinaia di ribelli somali armati. Tra gli italiani si contarono 3 morti e 36 feriti. Pubblichiamo il racconto di uno dei soldati che parteciparono alla battaglia del “Checkpoint pasta”. 

Il capodanno del 1992 l’avremmo passato in Somalia, era una certezza, ma non mi dispiaceva e infatti così fu: il 30 dicembre partiamo dalla Vannucci “attento a quello che cerchi, potresti trovarlo” quel vecchio maresciallo la sapeva lunga, ma le sue parole sul momento mi facevano solo sorridere e facevano sorridere anche Pietro, con me fin da Merano. Siamo partiti come alpini e insieme abbiamo fatto domanda per entrare nei paracadutisti, insieme siamo andati a Pisa per il giuramento e il “corso palestra”; eravamo insieme sul G-222 durante i primi lanci di brevetto e saremmo dovuti tornare a Bolzano nei paracadutisti alpini. Invece siamo stati entrambi mandati a Livorno e dopo un paio di “assalti” di addestramento eccoci in Somalia, sempre insieme, stesso plotone e stessa squadra.

Il battesimo del fuoco

I primi mesi sono passati in maniera tranquilla. Eravamo al campo di Balad. Tanti sacchetti di sabbia da riempire, un caldo pazzesco, le guardie al ponte radio “Topo” e pochissimi contatti con la popolazione, tranne durante le scorte per la distribuzione viveri. I somali non sono mai stati aggressivi con noi, ci sorridevano e molti parlavano persino italiano.
Poi sono arrivate le operazioni Canguro, i rastrellamenti di armi ed è arrivato anche il nostro primo “battesimo del fuoco”. Niente di particolarmente serio, un paio di raffiche di mitra, ma quelle raffiche ci hanno riportato di colpo nella realtà: eravamo in una zona di guerra. Ovviamente lo sapevamo, ma la reazione dei miei “fratelli di naja” mi ha stupito: in un attimo eravamo a terra, un sergente che era con noi ci ha “posizionati” ed eravamo pronti al fuoco.

Nessuno sembrava avere paura, ho guardato Pietro ed era lucidissimo e determinato, anche lui aveva scarrellato l’SCP e aveva il dito sul ponticello. Ma quel giorno non abbiamo sparato, ci hanno pensato quelli del Nono a prendere in mano la situazione, siamo rientrati al campo cantando come scemi. L’adrenalina scorreva a fiumi, quella notte non abbiamo dormito.

La situazione è sempre più tesa

Passano le settimane, sempre di servizio, guardie e rastrellamenti. Andiamo a casa per una licenza, dieci giorni nella civiltà e poi torniamo al campo. Le cose sembravano essere cambiate, la situazione era più tesa, c’è stato qualche scontro nella zona del Porto Vecchio. La stagione delle piogge oltre ad ingrossare lo Uebi Scebeli aveva portato anche ad un inasprimento degli scontri tra le fazioni. Iniziamo a vedere i morti per strada e il nostro atteggiamento è sempre meno scanzonato.

Nel plotone siamo tutti dimagriti e in forma. Le corse all’alba alla ZAE (Zona atterraggio elicotteri) con le armi e gli stivaletti da lancio, le flessioni macinate a migliaia e il caldo, hanno influito positivamente sul fisico di tutti noi e dopo lunghi mesi insieme siamo una cosa sola. Siamo “camerati” a prescindere dalle idee politiche di ognuno. Ci aspettano altri mesi di Somalia, almeno fino a luglio, poi ci sarà l’avvicendamento. I paracadutisti del mio plotone si congedano ad agosto, sesto scaglione 1992. Passeremo il ferragosto a casa, ma sembra tutto molto lontano. Ognuno tornerà a fare quello che faceva prima, qualcuno farà altro, qualcun altro metterà la firma, ma nessuno è lo stesso di quando siamo partiti: la Somalia ci ha cambiati, sicuramente in meglio, credo che molti di noi siano diventati uomini proprio lì.

La battaglia del Checkpoint pasta

Infine arriva “quel giorno”. Anche noi partecipiamo alla Canguro, una delle tante, ormai era una “cosa di routine”. Sveglia prima dell’alba, colazione veloce, controllo armi, il comandante che spiega e tutti sui VM. Fila tutto liscio anche se decidono di interrompere l’operazione prima del previsto: poco male, faceva un caldo infernale e non mi dispiaceva tornare al campo. Ma proprio quando siamo a qualche centinaio di metri dall’ingresso ecco che arriva la chiamata per radio, si torna indietro, io e Pietro ci guardiamo negli occhi. Ci siamo, adesso è brutta… “tenente che cazzo succede?”… “un’imboscata, torniamo indietro, ci sono feriti tra i nostri”… e si va.

Siamo quasi al checkpoint Pasta, vediamo una spessa coltre di fumo, sentiamo le raffiche degli AK e qualche esplosione, tante urla. “Attento a quello che cerchi, potresti trovarlo” ed in un attimo è l’inferno. Passiamo di fianco ad un VCC colpito da un Rpg, si vede bene lo squarcio, ci sono dei ragazzi a terra che urlano “cecchini, cecchini, state giù”. Scendiamo dal VM e vediamo tantissimi somali, ci sono anche donne e bambini, tanti bambini. Proprio dalle loro spalle vediamo spuntare i fucili mitragliatori, sparano all’impazzata, sentiamo il colpo di frusta – lo “schiocco” – dei proiettili che ci passano vicinissimi, ci ripariamo dietro al VM, Pietro è di fianco a me: “Cazzo ci sono i bambini!”. E nessuno apre il fuoco.

Un elicottero da combattimento Mangusta ci vola sopra alla testa, vicinissimo, riesco a vedere anche il pilota. Poi ci spostiamo, ci stanno sparando addosso anche dalle finestre delle case vicine. Troviamo un punto abbastanza sicuro, ce lo indica un maresciallo ed apriamo il fuoco contro un gruppetto di miliziani che sta convergendo, qualcuno di loro resta a terra, avevano le Rpg. Gli altri scappano, vediamo dei paracadutisti feriti, spariamo anche alle finestre delle case, ma i colpi che ci arrivano addosso sono sempre meno, sono arrivati i blindati e riusciamo a sganciarci. Non so proprio dire quanto sia durato, però ho una certezza: abbiamo fatto il nostro dovere.

Da quel giorno porto al collo l’ogiva di un proiettile, abbiamo tolto i colpi da un caricatore insanguinato e ognuno di noi ne ha tenuto uno. Quel ciondolo è con me da 27 anni, mi ricorda in ogni momento che nella vita bisogna sempre fare ciò che va fatto, costi quello che costi.

Bandiera recuperata dal Vcc colpito da un razzo anticarro

L’ogiva del proiettile che il soldato porta ancora al collo

Uno di Noi

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2 comments

blackwater 2 Luglio 2019 - 1:33

da brividi.
pregiatissima testimonianza che rimarca come solo grazie al passato di questi Parà,che il nostro Paese potrà avere un futuro.

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Vincenzo Amato 2 Luglio 2019 - 10:32

Una sola parola: grazie!

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