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banca sofferenze bancarieRoma, 27 gen – Quasi un anno di trattativa per trovare la quadra, ma che probabilmente avrà pochi effetti sui bilanci delle banche gravati dalle ormai ben note sofferenze sui crediti. E, se li avrà, non saranno mai sufficienti per centrare quel “reset” della situazione che il sistema italiano richiede. Ecco il sunto dell’accordo governo-Ue con il quale il ministro Padoan ha avuto un primo via libera all’intervento pubblico per cercare di puntellare gli istituti di credito.

Secondo le prime bozze di programma, il governo potrà emettere una garanzia sui crediti che le banche cartolarizzeranno (cioé impacchettano tutti in uno) e cederanno a società-veicolo costituite allo scopo di smaltirli. C’è un però: “Lo Stato garantirà soltanto le tranche senior delle cartolarizzazioni, cioè quelle più sicure, che sopportano per ultime le eventuali perdite derivanti da recuperi sui crediti inferiori alle attese”, spiegano dal ministero dell’Economia. La garanzia varrà, in sostanza, solo sui crediti ancora a minor rischio. E gli altri? Per ora, sembra, nessuna garanzia pubblica. Sulla quale, inoltre, pende un’altra incognita: quale sarà il suo valore? L’accordo è stato trovato su valori “di mercato”, peccato che un mercato maturo di tal fatta non esista. Con il rischio che il prezzo dell’assicurazione statale vari da banca a banca. Qualcuna potrebbe insomma vedersi buona parte dei crediti ceduti e tolti dal bilancio, altre invece rischiano di dover far tutto da sole.

L’attacco speculativo sui titoli delle banche, lo scontro con l’Unione Europea. La crisi delle sofferenze bancarie ha messo l’Italia all’angolo, facendo emergere da un lato l’arroganza di Commissione e vertici comunitari, dall’altro evidenziando tutte le mancanze del governo italiano che ha fatto un po’ di teatro per poi accettare quasi supinamente la proposta (rectius: imposizione) del commissario alla concorrenza Margrethe Vestager. Lo stesso che – in compagnia dei suoi predecessori Neelie Kroes e Joaquìn Almunia – faceva finta di nulla quando si trattava delle centinaia di miliardi che gli altri membri dell’Ue generosamente concedevano ai propri istituti, ma ha eretto barricare quando il governo italiano pensava alla soluzione “bad bank“. L’idea iniziale era quella di acquistare a prezzo di forte sconto i crediti deteriorati delle banche per gestirli separatamente e ricavare da essi quanto possibile per ritornare dall’investimento. Una soluzione assai indicata per sgravare Unicredit, Intesa e via via fino alle società più piccole, da passivi iscritti a bilancio e soggetti a progressive svalutazioni.

Non sia mai: la strada indicata puzzava di aiuti di Stato, la scusa con la quale da Bruxelles possono decidere chi può fare una cosa e chi – magari con identica fattispecie – non è invece autorizzato. E allora la montagna ha partorito il proverbiale topolino. Che non scontenta nessuno ma certo non va nella direzione auspicata.

Filippo Burla

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