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Agosto: il mese aureo di Augusto, sotto il segno di Ercole e del Leone

by La Redazione
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ercoleRoma, 28 lug – Agosto è  il mese dedicato al divino Augusto, trae la sua etimologia ad augeo cioè accresco e, in senso figurativo, “rendo insigne”. E’ il mese culminante dell’estate, in cui tutte le manifestazioni sono al massimo. In astrologia è rappresentato dal segno di fuoco del Leone, il re degli animali.
Leo cioè Leone era denominato il quarto grado dei misteri di Mithra, posto sotto la tutela di Giove, aveva come emblemi: il fulmine di Giove e la paletta per il fuoco (o per scavare). Simboleggiava la conquista del fuoco e l’iniziato rinunciava a purificarsi con l’acqua, versando miele sulle mani e sulla lingua.
Nel mito di Ercole, la prima delle fatiche narrate è proprio l’uccisione del Leone (di Nemea), bestia ferocissima che terrorizzava gli abitanti e devastava il territorio. Il leone dapprima gli sfugge perché la sua tana aveva due ingressi e costrinse dunque Ercole a chiuderne una. Poi sembrava non essere scalfito dai colpi della clava dell’eroe, tanto che Ercole lo affronta e sconfigge con le sole mani nude. Dalla pelle del leone ricaverà poi la sua famosa veste di cui si copriva. Il leone può essere considerato un simbolo della personalità dominante e pericolosa che risiede soprattutto nella mente. In alchimia c’è il doppio simbolismo di domare il Leone prima verde (a significare l’elemento terra ancora impuro) e poi rosso (simbolismo regale e di perfezionamento ma anche rischio di eccesso di fuoco). Altro interessante spunto è la XI carta dei tarocchi, la Forza, rappresentata con una esile giovinetta che tiene spalancata la bocca di un leone.

Come spesso si capisce approfondendo la storia di Roma, il mito e i suoi significati venivano trasposti nel vivere quotidiano. Infatti nel calendario religioso di Agosto, nella parte centrale del mese, ci sono due feste dedicate rispettivamente a Ercole Invictus e Ercole Victor (casualmente, la Chiesa nel suo tentativo di soppiantare gli antichi culti, il 12 Agosto festeggia Sant’Ercolano, il santo col bastone). A Roma la gens Fabia comprendeva diversi rami. Il più illustre fu quello dei Fabii Massimi, che presero il cognomen dall’Ara Massima di Ercole, presso la quale avevano la propria dimora. I Fabii Massimi si vantavano di discendere da un Fabius o Fabio figlio del dio Ercole, nato sotto il regno del mitico re Evandro.
La gens Fabia deve il nome alla faba, cioè le fave, legumi la cui coltivazione era assai diffusa in età arcaica. Che questa pianta abbia delle caratteristiche straordinarie è poco noto, ma lo si evince già dal nome: da faba deriva fabula cioè favola, leggenda. La stessa radice di fava ha anche la favilla , la parte minutissima di fuoco che arde e s’infuoca , si libra in aria e velocemente volatilizza. Le fave sono tra tutti i legumi il meno calorico, ma comunque con un alto potere nutritivo; ricche di vitamine e aminoacidi, sono particolarmente indicate per contrastare l’anemia. Nella festività dei Floralia, dedicate alla Dea Flora, antichissima divinità dei fiori e delle piante in fiore, che avevano un carattere rustico e licenzioso, si lanciavano contro le donne lupini e fave, simboli della fertilità e della fecondità. Le fave, per la forma, sono simili al fallo maschile e i baccelli ai testicoli. Aristofane nella sua commedia Le Rane ci racconta proprio di Ercole, che, dopo aver fatto una scorpacciata di fave, fece cambiare di stato più di diecimila vergini.

Le fave erano però legate al tempo stesso anche al culto dei Morti e al mondo degli inferi, per questo motivo al Flamen dialis, il sacerdote legato al culto di Giove, era fatto divieto di toccarle e anche di pronunziarne il nome. Stesso divieto vigeva nella scuola di Pitagora.
Durante l’assedio dei Galli, spettò proprio ai Fabi eseguire le sacre cerimonie che garantivano l’immortalità dell’Urbe. Così descrive l’episodio Tito Livio: “Nel frattempo a Roma l’assedio si trascinava stancamente e da entrambe le parti regnava il silenzio: e mentre l’unica preoccupazione dei Galli era di evitare fughe di nemici attraverso le proprie linee, ecco che all’improvviso un giovane romano riuscì ad attirare su di sé l’attenzione dei concittadini e dei nemici. La famiglia dei Fabii aveva l’obbligo annuale di offrire un sacrificio sul colle Quirinale. Per celebrarlo, Gaio Fabio Dorsuone, con la toga stretta in vita alla maniera di Gabi e reggendo in mano i sacri arredi, scese dal Campidoglio, attraversò i posti di guardia del nemico e raggiunse il Quirinale senza dare il minimo peso alle urla minacciose. Là, dopo aver devotamente compiuto tutti i riti previsti, tornò indietro seguendo il percorso dell’andata con la stessa imperturbabilità di espressione e con la stessa fermezza di passo, assolutamente sicuro di godere del favore di quegli dei dal cui culto nemmeno il terrore della morte era riuscito a distoglierlo. Fece così ritorno incolume sul Campidoglio in mezzo ai compagni, sia che i Galli rimanessero bloccati per la straordinaria temerarietà del suo gesto o che li trattenesse lo scrupolo religioso, sentimento questo che non lascia certo indifferente quella gente.”

Forza, coraggio, e giustizia erano tutte qualità che venivano attribuite al leone (e naturalmente ad Ercole), per questo motivo quest’animale compariva spesso, assieme all’aquila, sulle insegne militari delle legioni. Riscoprire i legami profondi tra la nostra terra e le genti che la abitano da millenni è la Via da seguire per ritrovare la nostra identità arcaica e ridestare le forze che hanno portato alla Vittoria le Legioni di Roma.

Marzio Boni

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