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Roma, 31 lug – Uno sguardo oltre la Deerskin curtain, la “Cortina di pelle di daino”, per riconsiderare il percorso degli Indiani d’America. Dalla (presunta…) migrazione attraverso lo Stretto di Bering sino ai due drammatici appuntamenti di Wounded Knee, nel 1890 e nel 1973. Passando attraverso retroscena e snodi poco conosciuti della storia di questo popolo straordinariamente radicato nell’immaginario collettivo.

indiani d'america al dio degli inglesi non credere maiÈ questa la proposta, affascinante, di Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degl’Indiani d’America 1492-1972, di Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo, Oaks Editrice (429 p.), due autori che hanno viaggiato per anni negli Stati Uniti come autori e fotografi delle guide della collana Marlboro Country, che ci presentano il nesso, a prima vista invisibile, che collega Toro Seduto e Cavallo Pazzo alla catastrofe ecologica del Dust Bowl, descritta dallo Steinbeck di Grapes of Wrath scortandoci attraverso Little Bighorn, la Danza del sole di Toro Seduto, il 7th Cavalry e un arcobaleno apocalittico sulla pista di un’altura nel Montana. E il massacro di Sand Creek e il folle volo dei Nez Perces in cerca della libertà.

E poi ferrovie transcontinentali, gold rush e profezie indiane, il Bozeman Trail, Nuvola Rossa, la guerra per le Black Hills, Cochise e Geronimo. Una cavalcata lungo la leggenda e la storia dell’uomo rosso. Per arrivare a Wounded Knee, nel gelido dicembre del 1890, quando il Seventh Cavalry in cerca di una spietata rivincita per la sconfitta di Little Bighorn si trasformò nel Seventh Calvary, il “Settimo Calvario”, per il popolo dell’uomo rosso.

Il racconto si conclude con le vicende, oggi per lo più dimenticate, dell’assedio di Wounded Knee II quando gli skin irriducibili dell’American Indian Movement, nel febbraio del 1973, decisero di lanciare l’ultima sfida inattuale e disperata ai pellebianca che avevano massacrato tradizioni e bisonti prima di fare scempio dei corpi. Come il 29 dicembre 1890, quando una banda macilenta e affamata di Minniconjou, un gruppo di Lakota, venne fatta a pezzi e sventrata dagli shrapnel dei cannoni Hotchkiss che sparavano al ritmo di un colpo al secondo. La storia dell’uomo rosso si concluse cosi, come farfalle trafitte, sulla neve color del sangue…

Dei pellerossa che vivevano con il vento nei capelli e il sole nel cuore, scrivono gli autori, oggi rimangono solo ricordi, foto ingiallite dal tempo e qualche oggetto sacro ad ammuffire, prigioniero, nella bacheca polverosa di qualche museo dei wasichu, gli uomini bianchi. «Ma non tutti hanno scordato, nei lunghi anni di tragedie e persecuzioni, il sacrificio degli indiani delle foreste e delle pianure. C’è chi ancora prova un brivido ricordando l’eroismo di quei guerrieri votati alla sconfitta, nella maestosa dignità del loro portamento sacerdotale. È la veglia della lunga notte, in attesa di un nuovo mattino. Rosso come il sole che nasce e che tramonta. Nella struggente malinconia del saluto vespertino ma con l’infuocata promessa del ritorno… Nessun altro popolo, cosiddetto primitivo, ha saputo suscitare un interesse tanto tenace, ammantato di nostalgia, passione e ammirazione. Nessun altro popolo. Solo quello pellerossa, martire e guerriero».

Nelle pagine di Al Dio degli inglesi non credere mai troverete una scheggia, drammatica e insanguinata, di quella storia millenaria.

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