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Roma, 31 lug – Cala la disoccupazione? Secondo le ultime rilevazioni dell’Istat, a giugno di quest’anno il tasso dei senza lavoro è sceso all’11,1%, registrando un -0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente, che a sua volta aveva registrato un picco rispetto ad aprile. Tanto basta per far gioire il premier Paolo Gentiloni: “Buone notizie sul lavoro. Meno disoccupati, anche tra giovani. Aumenta lavoro donne. Fiducia in risultati Jobs Act e ritorno crescita”, scrive in un tweet appena successivo alla pubblicazione della nota Istat.

Ma i numeri sono davvero così buoni da permettere una tale esultanza? No, per almeno tre motivi. Anzitutto l’aumento di coloro che pur non avendo un lavoro hanno smesso di cercarlo. Si tratta dei cosiddetti “inattivi”, la cui crescita permettere di ridurre i numeri della disoccupazione perché quest’ultima è calcolata come rapporto fra chi è alla ricerca di un’attività e la forza-lavoro complessiva: se diminuisce il numeratore, giocoforza l’intero indice scala. Ebbene a giugno gli inattivi, in continua ascesa ormai da anni, hanno ingrossato le proprie fila di ulteriori 12mila unità.

In secondo luogo, buona parte del recupero nella disoccupazione è dovuto a contratti a termine, molti dei quali legati a lavori stagionali e quindi non destinati al rinnovo a scadenza. Ad ammetterlo è la stessa Istat, che riconosce come l’incremento degli occupati sia legato quasi esclusivamente al rialzo dei contratti a tempo determinato, aumentati di ben 12mila rispetto a maggio.

In ultimo, rimane sempre il problema della rilevazione statistica. L’Istituto, infatti, considera non disoccupato chi lavora almeno un’ora a settimana. L’indice è costruito così da sempre per cui ciò che conta è la dinamica e non la “fotografia” istantanea, ma ci sono buonissime ragioni per credere che uno sguardo anche solo di poco più esteso (ad esempio aumentando le ore per classificare un lavoratore) darebbe risultati decisamente diversi. E ben più gravi del quadro supposto in miglioramento.

Filippo Burla

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