Venezia, 13 giugno – In queste giornate di giugno del 323 a.C. moriva ad Alessandria uno dei più grandi condottieri che la storia abbia conosciuto. Da oltre 2.300 anni, ricercatori e storici hanno sempre cercato di individuare la tomba di Alessandro Magno, che rimane uno dei più grandi misteri del mondo ancora oggi. In molti ne hanno scritto sia in tempi recenti che attuali, talvolta impiegando strane fantasie romanzesche, a volte, invece, ripercorrendo fasi e testimonianze che, forse, in quella che potrebbe essere la realtà superano ancor più la fantasia. Diverse sono le attestazioni che risalgono all’antica Roma, poiché gli storici dell’epoca registrarono le visite degli imperatori romani alla tomba del grande generale ad Alessandria.

Per duemila anni è venuto naturale all’uomo indoeuropeo credere che l’antico re macedone sia stato sepolto nella città che porta il suo nome. Eppure, ormai da secoli, sono sempre di più le teorie sull’ubicazione della tomba di Alessandro Magno, alcune delle quali che rasentano il mito. Ultimamente, un funzionario del turismo egiziano ha riferito di presunte prove che suggeriscono che la scoperta della famosa tomba potrebbe essere nell’oasi di Siwa nell’area di Marai, in Egitto. Lì vi era un santuario dedicato al dio egizio Amon, divinità che i greci identificavano in Zeus. Si narra fosse il posto preferito di Alessandro.

La tomba egiziana

Secondo lo storico Pausania, uno dei generali di Alessandro, Tolomeo, inizialmente lo seppellì a Menfi, in Egitto, intorno al 320 a.C.. Alla fine del IV o all’inizio del III secolo a.C., durante la prima dinastia tolemaica, il corpo di Alessandro fu trasferito da Menfi ad Alessandria, dove il suo sarcofago fu collocato nel complesso del Serapeo, tempio dedicato alla divinità egizia Serapide, costruito dal faraone Nectanbo II. Con l’espandersi di Roma, diversi furono i condottieri e gli imperatori romani che, riconosciuta la grandezza del condottiero greco, si recarono ad Alessandria per onorarne le gesta sulla tomba.

Giulio Cesare la visitò nel 48 a.C., rendendo omaggio a colui che lo ispirò fin da giovanissimo. Dopo il cesaricidio delle idi di marzo, Cleopatra prese l’oro dalla tomba per finanziare la sua guerra contro Ottaviano Augusto. Morta Cleopatra, Augusto stesso visitò il luogo di sepoltura di Alessandro, depositando su questo fiori e adagiando un diadema d’oro sulla testa del generale defunto.

Alcune fonti narrano che il discusso imperatore Caligola, visitando la tomba del guerriero macedone, ne prese la corazza per farla sua. Nel 199 d.C. anche Settimio Severo visitò la tomba di Alessandria ordinando che fosse sigillata per fermare i frequenti saccheggi. Nel 215 d.C., gli oggetti della tomba egizia furono trasferiti dall’imperatore Caracalla, rimuovendone la tunica, l’anello, la ‘cintura e altri oggetti preziosi.

Nel 356 d.C. uno tsunami inondò la città dopo una serie di terremoti, provocando l’innalzamento del livello del mare. In quella occasione, le acque del delta del Nilo fecero affondare lentamente Alessandria fino a dodici piedi rispetto ai tempi di Alessandro Magno. La tomba del re macedone dovrebbe esser quindi sprofondata nel fondale marino, insieme a gran parte della città antica sulla cui sommità si trova la città moderna.

Sebbene la credenza comune sia che la tomba di Alessandro Magno si trovi ad Alessandria però, negli anni ben 140 tentativi di individuarla sono stati registrati dal Consiglio supremo egiziano per le antichità, senza alcun risultato. Queste ricerche hanno generato diverse teorie sul punto esatto in cui si trova la leggendaria tomba, la più gettonata è che si trovi nel centro della città antica.

Da Tasos Neroutsos a Heinrich Kiepert ed Ernst von Sieglin, sono diversi gli studiosi del XIX secolo che concordarono su questa teoria. Nel 1850, il ricercatore Ambroise Schilizzi annunciò la scoperta della presunta mummia e tomba di Alessandro. Essa sarebbe stata all’interno della Moschea Nabi Daniel di Alessandria. Tuttavia, l’organizzazione islamica egiziana non concesse alcun permesso agli scavi archeologici nella moschea e, quella di Schilizzi, rimase unicamente una supposizione.

Il direttore dell’Istituto di ricerca ellenico della civiltà alessandrina, Limneos-Papakosta, scava da oltre quindici anni nei siti intorno ai giardini Shallalat, un parco pubblico nel cuore di Alessandria. Durante gli scavi inoltratisi per oltre dieci metri sotto l’odierna Alessandria, l’archeologa greca Limneos-Paleokosta e il suo team hanno trovato le prime strade costruite in città, così come le fondamenta di un enorme edificio pubblico lungo oltre 200 piedi.

Credendo che la zona corrisponda all’antico quartiere reale, l’archeologa e il suo team hanno utilizzato un elaborato sistema di pompe per prosciugare l’area. Così facendo gli archeologi hanno scoperto una prima statua ellenistica. La statua in marmo raffigura con ogni probabilità “Alessandro Magno, il portatore di lancia” e fu realizzato con la stessa tecnica del grande scultore Lisippo, cioè con la testa inclinata in basso e di lato. La statua, ormai universalmente riconosciuta come rappresentante del grande generale, è ora esposta al Museo Nazionale di Alessandria.

La tomba di Verginia e Anfipoli

Nel 1993, l’archeologo greco Triantafyllos Papazois ha sviluppato un’ennesima teoria secondo la quale, ad essere sepolto nella tomba reale II a Vergina, in Grecia, non sarebbe Filippo II di Macedonia ma bensì Alessandro Magno. Papazois ha inoltre concluso che la corazza, lo scudo, l’elmo e la spada trovati nella tomba appartengono all’armatura del prode conquistatore dell’Asia. La teoria dell’archeologo non è tuttavia mai stata dimostrata.

La grande tomba corrispondete all’era di Alessandro Magno, sita sulla collina di Kasta ad Anfipoli, ha portato ancora una volta a supposizioni sull’ultima dimora dell’antico re. Alcuni hanno ipotizzato che sì, la tomba fosse stata costruita per Alessandro, ma che però non venne mai utilizzata in quanto Tolomeo I la allontanò dalla sua destinazione iniziale. Le ricerche portarono ad ipotizzare che si trattasse di un memoriale dedicato invece ad Efestione, l’amico intimo di Alessandro. Andrew Chugg ha allora ipotizzato che la tomba appartenesse alla madre di Alexander, Olympias, o a Roxanne, sua moglie, con la prima come la più probabile.

La tomba veneziana

Ma veniamo adesso a ciò che maggiormente interessa noi italiani. Una teoria colloca la tomba di Alessandro Magno a Venezia, proprio all’interno della Basilica di San Marco. Anche a causa di simpatie religiose, questa ipotesi viene però respinta da diversi studiosi. Quando i musulmani presero il controllo di Alessandria, alla fine del VII secolo d.C., in un turbine iconoclasta essi intendevano sbarazzarsi di tutto ciò che fosse preislamico. Da qui, la stessa tomba del condottiero macedone, venerato come un dio, sarebbe stata distrutta o persa per sempre.

Alcuni capitani di mercantili veneziani però, nell’828 trafugarono le spoglie di Alessandro Magno, forse credendo che appartenessero all’evangelista Marco, e le trasferirono nella basilica del santo a Venezia con un abile stratagemma. I navigatori veneti nascosero infatti la salma del re di Macedonia in un carro colmo di maiali, animali che gli arabi non possono toccare.

Nel suo celebre libro La tomba perduta di Alessandro Magno, il dottor Andrew Michael Chugg ha provato ad adattare la teoria basata su un pezzo di sarcofago del faraone Nectanbo II. La tomba originale di Alessandro, a Menfi, fu costruita dal faraone Nectanbo II all’interno del complesso del Serapeum. Le sculture di poeti e filosofi greci suggeriscono che la tomba di Alessandro Magno fosse all’interno di quel complesso. Nel corso di lavori alla Basilica di San Marco, un pezzo di muratura trovato nelle fondamenta del complesso religioso veneziano finì incredibilmente per sostenere la tesi veneta. Il blocco calcareo rinvenuto corrisponderebbe infatti alle dimensioni del sarcofago di Nectanbo II al British Museum, indicando che la tomba del leggendario re si trova all’interno della cripta sotto la Basilica di San Marco.

Una porzione spezzata di un originale più grande, è stato infatti trovato a pochi metri dal sito della tomba originale di Marco nella cripta della Basilica. Il blocco calcareo, ora esposto al Chiostro di Sant’Apollonia a Venezia, raffigura un rilievo di scudo, schinieri, spada e lancia. Questi armamenti sono perfettamente coerenti con gli stili macedoni, un fatto affermato anche in uno studio di Eugenio Polito nel 1998, diversi anni prima che Andrew Chugg iniziasse la sua famosa ricerca.

Polito descrive “Un frammento non attribuito relativo ad un monumento funerario con motivi analoghi è oggi conservato a Venezia, ma sicuramente deriva dal mondo ellenistico. Esso presenta uno scudo macedone con al centro un motivo a stella, una coppia di schinieri e una lunga lancia e sul lato più piccolo i resti di una spada. Il ceppo doveva appartenere ad un grande monumento che si può collocare genericamente tra il III e l’inizio del II secolo a.C.”.

Il “motivo a stella” ha una sorprendente somiglianza con la stella di Macedonia. Era un simbolo strettamente associato alla famiglia di Alessandro Magno e visibile su molte tombe correlate. La spada scolpita nel blocco è indiscussa come una kopsis di stile greco. Se si analizza l’estensione della lancia dall’angolo della sua discesa fino alla sua conclusione logica alla base del blocco di pietra, le sue dimensioni corrispondono alla caratteristica sarissa macedone.

Furono appunto queste le armi, sviluppate da suo padre, che aiutarono Alessandro Magno a conquistare il mondo. Tuttavia, le tattiche militari romane le resero obsolete, rendendo improbabili le successive incisioni romane di una tale lancia. Perché questa scultura, con chiari collegamenti macedoni, è dunque situata nella cripta della Basilica di San Marco vicino al luogo di sepoltura originale del corpo?

Poiché il corpo di Alessandro scomparve dalle testimonianze storiche nel 392 d.C. e, contemporaneamente, apparve la tomba di San Marco, Chugg ritiene che i mercanti veneziani abbiano rubato il corpo scambiandolo, appunto, per l’apostolo martire.

La mummia di Alessandro Magno nella tomba di San Marco

Diverse informazioni suggeriscono che il corpo di San Marco potrebbe essere stato mummificato, ma non ci sono documentazioni in cui gli antichi cristiani avrebbero eseguito pratiche di mummificazione pagane. Pertanto, la mummificazione potrebbe indicare un diverso occupante della tomba dell’apostolo. A tal proposito, ne La Cronique des Veniciens del 1275, Martino da Canale raccontava che: “se tutte le spezie del mondo fossero state raccolte ad Alessandria, non avrebbero potuto profumare così la città”. Proprio come l’aroma delle spezie proveniente dalla tomba contesa. Profumi e metodi coerenti con la mummificazione. Inoltre, i documenti indicano che a quel tempo involucri di lino sigillavano il cadavere.

I mosaici della Basilica veneziana raffigurano il corpo del santo come un cadavere intatto piuttosto che uno scheletro. Questa potrebbe essere semplicemente una licenza artistica, certo, ma forse riflette che un corpo mummificato inizialmente arrivò a Venezia. Ulteriori indizi provengono dal trasferimento delle spoglie nell’attuale collocazione presso l’altare maggiore.

Leonardo Conte Manin ha documentato l’evento e le sue osservazioni non contengono prove che alludono ad uno scheletro incendiato, come dovrebbe essere quello di Marco. La sua affermazione che lo scheletro appiccicato al tessuto in alcune aree è coerente con lo stato previsto di una precedente mummia, ora decomposta.

Un mistero italiano

Gli elementi e le fonti storiche a nostra disposizione, ci offrono oggi molteplici percorsi per identificare il corpo che si presume appartenere ad Alessandro il Grande. Nel 2022 potrebbero infatti essere impiegate tecniche di datazione al carbonio, test del DNA e analisi dello smalto dei denti. Comprensibilmente questi potrebbero essere meno attraenti in quanto richiederebbero la rimozione invasiva del campione dai tessuti corporei.

Se un bel giorno la Santa Sede darà al mondo la possibilità di indagare maggiormente su questo mistero, potremo svelare finalmente all’umanità uno degli enigmi più grandi della storia. Dispiacerebbe, certo, per le perdute spoglie del santo evangelista Marco; ma pensare che le ossa del primo e più grande conquistatore di tutti i tempi siano in Veneto, porterebbe all’Italia ancor più prestigio e interesse agli occhi di un mondo oggi privo di eroi.

Andrea Bonazza

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