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AlitaliaRoma, 9 nov – Oltre duemila licenziamenti, ripensamento del servizio a bordo e nessun utile fino almeno al 2021. La nuova Alitalia – o meglio: l’Alitalia controllata da Etihad – non cambia rotta, se non in prospettiva, e continua con la (pessima, almeno economicamente) strada tracciata nel passato.



Le notizie arrivano direttamente dalla società, alle prese con l’eterno piano di rilancio. Piano che passa, spiegano da Alitalia, per il progressivo abbandono delle rotte a breve e medio raggio, dove la concorrenza con le compagnie low-cost è insostenibile, mentre si cercherà di sviluppare quelle a lungo raggio dove le varie Ryanair ed EasyJet non arrivano. Una sfida lanciata già da tempo, ma per la quale le risorse latitano. Servono infatti non pochi milioni per acquistare gli aeromobili necessari a coprire le tratte, soldi freschi e promessi da tempo (almeno da gennaio 2015, quando divenne operativo il nuovo gruppo) ma che ancora non si vedono.

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Da Etihad, socio forte di Alitalia, per ora nicchiano. Abu Dhabi – vero dominus, nonostante il 49% “di facciata” per non far perdere alla compagnia i diritti di volo in territorio europeo – al massimo propone di farsi carico di un paio di centinaio di milioni di debiti pregressi, ma senza immettere nuovi capitali. Pesano soprattutto, nel parziale disimpegno emiratino, le difficoltà del bilancio, che nonostante le promesse raggiungerà l’equilibrio solo dal 2021, a cinque anni da oggi e a sette dall’arrivo dei petrodollari. Come fare quindi? L’ipotesi é un passo del gambero non indifferente e risponde al nome di Lufthansa, che potrebbe così farei anche lei, dopo gli arabi, Poste Italiane e Banca Intesa, capolino nell’azionariato. Il gruppo di controllo della fu compagnia pubblica diverrebbe così estremamente variegato, talmente eterogeneo che neanche durante l’era dei cosiddetti “capitani coraggiosi”. E per fortuna che i capitali stranieri, per il solo fatto di essere stranieri, dovevano lavorare meglio di quelli italiani.

Filippo Burla

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