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Roma, 2 nov – La difesa del suolo, la messa in sicurezza delle nostre città e delle nostre campagne, l’adeguamento delle nostre infrastrutture al mutato scenario ambientale, e’ una priorità nazionale. L’Italia è a rischio idrogeologico, caratterizzato da una specifica conformazione geomorfologica che facilita l’innesco dei fenomeni propri di questo rischio: le alluvioni e le frane. Alla predisposizione naturale si associa il contributo antropico, ovvero l’azione dell’uomo sul territorio ed i cambiamenti climatici che hanno prodotto un’alternanza di effetti, con periodi di forti ed ingenti temporali e periodi di grandi siccità, accrescendo in forma esponenziale il senso di vulnerabilità e insicurezza.



Le bombe d’acqua si ripetono nel nostro Paese ormai da diversi anni, con vittime e danni,  gravi e drammatici. Solo in questa settimana 15 morti per la furia del vento e della pioggia. E  tra i disastri più recenti a memoria si ricordano: l’alluvione di Carrara e di Chiavari, con due vittime sepolte dal fango; l’alluvione a Genova e in Maremma dell’ottobre 2014, che ha provocato tre morti; l’alluvione di Modena del gennaio 2014, con un volontario disperso e 600 persone evacuate; l’alluvione in Sardegna il 18 novembre 2013, con 16 vittime e quasi 3.000 sfollati; l’alluvione della Maremma grossetana, il 12 novembre 2012, con cinque vittime ed una sesta persona morta dopo un mese di rianimazione; l’alluvione in provincia di Messina del novembre 2011, con tre morti travolti dal fango; l’alluvione di Genova sempre nel novembre 2011 – 500mm di pioggia in cinque ore – con sei vittime e cento sfollati; l’alluvione della Lunigiana del 25 ottobre 2011, con dieci morti.

Black Brain

La fragilità climatica e il dissesto idrogeologico del nostro territorio è cosa nota.

Nell’ultimo rapporto dell’ISPRA  “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio” del 2018 si aggiorna lo scenario del dissesto idrogeologico in Italia: “nel 2017 è a rischio il 91% dei comuni italiani (88% nel 2015) ed oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in queste aree ad alta vulnerabilità. Aumenta la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%). Complessivamente, il 16,6% del territorio nazionale è mappato nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2). Quasi il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) si trova in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e più del 9% (oltre 1 milione) in zone alluvionabili nello scenario medio.

Complessivamente, sono oltre 7 milioni le persone che risiedono nei territori vulnerabili: oltre 1 milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (PAI – Piani di Assetto Idrogeologico) e più di 6 in zone a pericolosità idraulica nello scenario medio (ovvero alluvionabili per eventi che si verificano in media ogni 100-200 anni). I valori più elevati di popolazione a rischio si trovano in Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia, Veneto e Liguria.

Le industrie e i servizi posizionati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono quasi 83 mila, con oltre 217 mila addetti esposti a rischio. Il numero maggiore di edifici a rischio si trova in Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio. Al pericolo inondazione, sempre nello scenario medio, si trovano invece esposte ben 600 mila unità locali di impresa (12,4% del totale) con oltre 2 milioni di addetti ai lavori, in particolare nelle regioni Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria dove il rischio è maggiore.

Minacciato anche il patrimonio culturale italiano. I dati dell’ISPRA individuano nelle aree franabili quasi 38 mila beni culturali, dei quali oltre 11 mila ubicati in zone a pericolosità da frana elevata e molto elevata, mentre sfiorano i 40 mila i monumenti a rischio inondazione nello scenario a scarsa probabilità di accadimento o relativo a eventi estremi; di questi più di 31 mila si trovano in zone potenzialmente allagabili anche nello scenario a media probabilità.

I comuni a rischio idrogeologico: in nove Regioni (Valle D’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata e Calabria) abbiamo il 100% dei comuni è a rischio. L’Abruzzo, il Lazio, il Piemonte, la Campania, la Sicilia e la Provincia di Trento hanno percentuali di comuni a rischio tra il 90% e il 100%.”

Dal 2010 al 2016, stando alle stime del Cnr, le sole inondazioni hanno provocato nella Penisola la morte di oltre 145 persone e l’evacuazione di oltre 40mila persone. I danni economici causati dal maltempo solo nell’ultimo triennio (2013-2016), secondo i dati dell’unità di missione Italiasicura,  sono  di circa 7,6 miliardi di euro. Lo Stato  ha risposto stanziando circa il 10% di quanto necessario, 738 milioni di euro.

I danni dovuti al dissesto idrogeologico dal 1944 al 2012 sono stimati in oltre 61 miliardi di euro. Dal 2012 ad oggi, secondo quanto è emerso da un’audizione tenutasi nel marzo 2014 presso la Commissione Ambiente al Senato, sono stati stimati danni da alluvioni e esondazioni di ammontare pari a 3,5 miliardi di euro; ma lo Stato ha stanziato soltanto 450 milioni e dichiarato 19 stati di emergenza.  Dal 1999 ad oggi sono stati finanziati dal ministero dell’ambiente 4.800 interventi di difesa del suolo per un totale di 4,47 miliardi di euro. Nel “Piano nazionale 2015-2020 per la prevenzione strutturale contro il dissesto idrogeologico e per la manutenzione ordinaria del territorio” , presentato dal ministro Galletti nell’agosto 2015, si prevede per l’intero territorio nazionale e per l’intero periodo un investimento di 9 miliardi di euro. Un investimento ingente, se rapportato al passato, ma ancora lontano dalla stima di 44 miliardi di euro di fondi necessari per la messa in sicurezza, fatta dalla stessa Ispra.

Il problema del dissesto idrogeologico è cosa nota. Il problema del cambiamento climatico è cosa nota. Su questi temi ci sono dossier e convegni, discorsi e propositi da green economy. Ma poi ogni anno si ripete la stessa emergenza, si ripetono gli stessi drammi.

Il  problema dell’inefficienza delle istituzioni è cosa nota. I disastri ambientali che periodicamente colpiscono il nostro territorio dipendono da fattori in parte esogeni – il cambiamento climatico – e in parte storici – la cattiva gestione delle politiche del suolo e la speculazione edilizia – e viene fortemente ampliato da fattori secondari – tra tutti una lenta e complicata struttura burocratica, capace nell’emergenza ma non nella prevenzione. Risolto le cause originarie ed hanno contribuito ad accrescerne il potere distruttivo sul territorio, ed a deprimere colpevolmente la popolazione.

La difesa del suolo è certamente una delle opere pubbliche più significative e urgenti di cui ha bisogno il nostro Paese, per la quale è necessario predisporre misure adeguate, economiche e politiche. E soprattutto bisogna essere dotati dello Spirito della ricostruzione, di quella forza capace di andare oltre.

La difesa del suolo é la priorità nazionale, un atto di sovranità: per la messa in sicurezza delle nostre città e delle nostre campagne, per l’adeguamento delle nostre infrastrutture al mutato scenario ambientale, per la ricostruzione dalle rovine del clima e del passato.

Gian Piero Joime

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