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dissesto idrogeologico
L’alluvione del Tanaro del 1994

Roma, 6 nov – Novembre storicamente in Italia è il mese delle alluvioni: a cominciare da quella di Firenze del 1966, commemorata venerdì scorso, sino a quella del Tanaro che mise in ginocchio il Piemonte il 6 novembre del 1994 passando per quella di Genova nel 2011, sempre nella stessa data, fatidica per il nostro Paese, del 4.
Quando arriva questo periodo dell’anno, quelli dotati di memoria lunga guardano con preoccupazione all’addensarsi di nuvole cariche di pioggia, e questa preoccupazione aumenta in occasione di fenomeni intensi che ciclicamente si sono sempre ripresentati a marcare un territorio, quello italiano, che annovera l’82% dei comuni a rischio idrogeologico.

Cosa si può fare per mitigare questo rischio che è diventato strutturale in Italia? Qualcosa in realtà è stato già fatto, almeno a livello amministrativo: il progetto #Italiasicura ha sbloccato fondi per circa 7 mila opere previste dal piano nazionale di controllo e contrasto del dissesto per un totale di circa 7 miliardi di euro in sei anni. Una piccola goccia in quel mare di circa 70 miliardi di euro (la stima è al ribasso) e 30 anni di lavori che ci vorrebbero per mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale dal rischio sismico ed idrogeologico. Però se da un lato il governo elargisce fondi, dall’altro sembra tagliare quegli enti che quei fondi avrebbero potuto gestirli: la figura del “Magistrato delle acque”, organo statale dalla lunga storia che aveva sede a Venezia e si occupava della gestione, della sicurezza e della tutela del sistema idraulico nel Triveneto e nella provincia di Mantova, è stato recentemente soppresso in seguito alle indagini sulle tangenti del Mose. Eppure le sue competenze erano quelle di gestire la manutenzione e irregimentazione del bacino fluviale che sfocia nella laguna di Venezia, quindi andava a gestire un territorio enorme, così come avviene per un altro ente statale, il cosiddetto “Magistrato del Po” o, per meglio dire, l’Autorità di Bacino del fiume Po, organo che sovrintende, con tutte le sue lacune del caso dovute alla scarsità di fondi, alla gestione e manutenzione di tutti quei corsi d’acqua che sfociano nel fiume più lungo ed importante d’Italia.

dissesto idrogeologico
Carta dell’Igm anno XLVII n.3, maggio – giugno 1967 che illustra le aree più colpite dalle alluvioni

Perché in Italia abbiamo una sorta di vuoto amministrativo per la gestione dei corsi d’acqua minori, o, quantomeno, la legislazione è lacunosa: c’è un decreto del 1904 che divide in categorie i corsi d’acqua, non solo per la loro lunghezza, ma per l’importanza dei tratti che attraversano e lo stesso decreto stabilisce che la manutenzione di questi dovrebbe essere affidata a consorzi idraulici fra i privati che abitano lungo i corsi ed i Comuni. Il problema è che, per molte zone d’Italia come ad esempio la Toscana, questi consorzi non sono mai stati creati; addirittura una legge del 1989 li sopprime tenendoli in vita solo in attesa di nuove disposizioni. Così la gestione della manutenzione degli alvei fluviali e torrentizi è un continuo rimpallarsi di competenze tra i Comuni, che lamentano sempre la mancanza di fondi anche e soprattutto a causa del famigerato “patto di stabilità” e le Regioni, che devono muoversi autonomamente in assenza di una normativa unica statale sulle competenze. Bisogna ammettere che qualcosa, in ambito regionale, è stato fatto: è notizia recente infatti che la Toscana il maggio scorso ha fatto partire una campagna di manutenzione di tutti i corsi d’acqua in base a una convenzione fra Consorzi di Bonifica privati e Regione Toscana che ha investito 5 milioni e 850mila euro, sempre troppo poco per un serio piano di prevenzione del rischio idrogeologico, ma forse sufficiente ad una prima pulizia degli alvei. Alvei che comunque, quando si tratta di canali e rogge private, non rientrano nella gestione regionale e pertanto vengono dimenticati quando invece contribuirebbero ad un drenaggio della acque superficiali in caso di evento alluvionale.

Il problema del dissesto idrogeologico, in particolare alluvionale, non è di certo una novità per la nostra Nazione: l’Istituto Geografico Militare aveva già redatto nel lontano 1967 una “carta delle alluvioni” dove venivano indicate le aree più a rischio. Crediamo pertanto che lo Stato, prima ancora di decidersi a stanziare i fondi per la manutenzione e la messa in sicurezza del territorio, potrebbe cominciare a creare degli enti locali che gestiscano i fondi là dove ve ne sia più bisogno proprio consultando la bibliografia geologica in cui sono indicate le aree a rischio. Secondariamente, oltre alla sola gestione dei fondi tramite l’affidamento degli stessi a terzi, potrebbe istituire un vero e proprio organismo nazionale che, materialmente, si occupi della manutenzione e messa in sicurezza degli alvei fluviali, magari cominciando utilizzando la Protezione Civile e quindi cambiandone lo statuto: questo oltre a creare posti di lavoro, aiuterebbe a creare delle figure professionali specializzate con tutta la ricaduta economica che ne deriva.

Paolo Mauri

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