Roma, 6 ago – Parlare di male americano significa fare propria la stessa logica degli Stati Uniti, solo invertita di segno. Si tratta, quindi, di una logica che va rigettata a prescindere. Ecco perché il titolo dell’edizione italiana dell’opera di Alain de Benoist e Giorgio Locchi (risalente al 1976), dedicata all’esame dell’ideologia americana, è del tutto fuorviante. Ed ecco perché giustamente Locchi, in uno scritto successivo, precisava che comunque non di “male dell’America” si dovesse parlare, ma al più di “male dell’Europa” (in quanto sempre più disponibile ad americanizzarsi).

americanismo il male americanoCiò nonostante, Il male americano, ristampato nel 2015 dalla Settimo Sigillo, rimane un testo dall’indiscutibile significato storico, avendo rappresentato il vero debutto, nell’ambiente anticonformista europeo, di una critica agli Stati Uniti capace di svincolarsi da quella ‘difesa dell’Occidente’, filoamericana e condizionata dal clima della guerra fredda, ancora profondamente radicata nel mondo delle destre europee. Non solo, perché, per impianto metodologico, ricchezza argomentativa e capacità di cogliere aspetti di permanente attualità dell’american way of life, è imparagonabile con quel rozzo antiamericanismo, tipico delle destre estreme, specie l’italiana, fatto di patetiche teorie cospirazioniste e/o di conoscenze a dir poco superficiali e che, come già notava Preve, tende ad attribuire tutti i mali del mondo agli Usa. L’antiamericanismo come demonologia ossessiva, insomma.

Ciò non toglie che una serie di rilievi critici vadano fatti. Innanzitutto, il testo insiste oltremisura sul puritanesimo, trascurando la “varietà coloniale” americana (il Sud era anglicano, fedele alla corona e classicista, oltre che schiavista). L’avversione verso l’Europa, di conseguenza, non era solo di tipo religioso ma anche politico (repubblica vs monarchia, libertà vs dispotismo, autodeterminazione vs colonialismo, ecc.), e si nutriva di svariati filoni storico-culturali. Inoltre il testo trascura totalmente quella che ben potrebbe essere definita l’altra America, tant’è che non vi si trova traccia, giusto per fare qualche esempio, del repubblicanesimo neoromano o del ‘populismo’ jeffersoniano (e del Greek revival sempre collegato a Jefferson), dell’opera di Calhoun (forse il più importante teorico politico dell’Ottocento statunitense, citato una sola volta nel libro in maniera del tutto erronea) e del realismo politico di Hans Morgenthau, della parabola del People’s Party o dell’esperienza dei Dixiecrats. In ogni caso, resta un lavoro, seppur datato, comunque imprescindibile per chi voglia approcciare il problema americano senza cadere nel cospirazionismo o in semplificanti e consolatorie banalità ‘storiografiche’.

Giovanni Damiano

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