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Milano, 17 apr – Ciò che non era mai successo prima è avvenuto martedì scorso, in occasione di una delle iniziative che anticipano le celebrazioni del 25 aprile. Al cimitero maggiore di Milano, insieme al sindaco Beppe Sala, all’Anpi e ad altre figure più o meno significative, per una cerimonia presso il campo in cui sono sepolti diversi ex partigiani, c’era anche l’arcivescovo ambrosiano, Mario Delpini. Una presenza appunto inedita e piuttosto discutibile.

“L’antifascismo è il Bene”

E’ abbastanza irrilevante conoscere il livello ecclesiastico a cui è stata decisa la partecipazione del monsignore a una cerimonia (non religiosa) dai connotati politici decisamente marcati. Sta di fatto che Delpini c’era ed è intervenuto, con tanto di comizietto, schierandosi, pur con la sua aria dimessa, senza mezze misure. Partigiano significa “di parte”, come da dizionario della lingua italiana. Infatti qualche cronista presente glielo ha fatto notare a margine dell’appuntamento; la risposta è stata questa: “Io rappresento qui la Chiesa di Milano che si chiama cattolica proprio perché è universale, cioè non è di parte ma dalla parte del bene per sconfiggere il male. Non so se questo sia essere di parte, ma significa avere speranza nell’umanità e nella storia. Manifestazioni come questa – ha proseguito il cardinale – naturalmente mostrano un debito di riconoscenza verso il passato ma hanno il loro vero significato nel continuare a professare che c’è una speranza nell’umanità”. Et voilà. Al di là della chiosa che sembra la versione curiale delle “supercazzole” di Tognazzi in Amici miei, l’arcivescovo ci sta dicendo: sono cattolico, quindi sto dalla parte del bene e il bene è l’antifascismo che è contro il male che sarebbe il fascismo, Amen. Vi torna tutto? A noi mica tanto. Primo perché il ruolo di un alto rappresentante della Chiesa dovrebbe essere un altro, nello specifico quello di onorare egualmente i defunti e raccomandare nella stessa misura le loro anime a Dio, specie se riposano a breve distanza. Secondo perché, in una fase molto conflittuale per lo strumentale utilizzo della memoria storica da parte di certa politica (nell’occasione assai ben rappresentata), poco si addice a chi avrebbe la funzione e la missione di conciliare gli animi umani prestarsi ad occasioni in cui si invoca la lotta a movimenti non graditi alle varie sinistre. Terzo perché non può ignorare una persona che ricopre una carica di tale importanza quanti cattolici stessero e stiano dall’altra parte rispetto a quella dei partigiani e quanti di loro ne furono orrendamente vittime. L’elenco di perplessità potrebbe proseguire, ma in fin dei conti può bastare così, anche per una giusta forma di contegno e di rispetto per l’abito di monsignor Delpini. Una considerazione, un esempio, il migliore che ci viene in mente, vorremmo però aggiungere: una particolare storia che ci piace ricordare.

Padre Gianfranco Chiti

Quanto ci si rivela diversa una figura come quella di padre Gianfranco Chiti, ex generale dei Granatieri di Sardegna, divenuto frate cappuccino dopo una lunga e gloriosa carriera militare. Morì nel 2004, terminando una vita terrena dedicata alla patria e alla fede, lui ex veterano di guerra pluridecorato, ex Comandante della Scuola allievi sottufficiali di Viterbo, che dopo la divisa fu chiamato a vestire il saio, lasciando una scia di azioni e opere meravigliose. Ecco, ora che si è concluso un processo apertosi nel 2015, padre Chiti sarà presto proclamato Beato. Non male per uno che stava dalla parte del “male”. Sì, perché quel cattolico fervente aderì senza indugio alla Repubblica sociale italiana e fu per questo, a guerra finita, imprigionato nel campo di concentramento americano di Coltano, senza mai rinnegare alcunché. Eppure l’odio lo lasciò sempre a qualcun altro, specie tra quanti lo volevano morto. E siamo certi che avrebbe avuto una parola buona, lui, anche il “partigiano” Delpini.

Fabio Pasini

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